(Ri)scoprire Emma Dante: “Via Castellana Bandiera” (2013)

La mia mente è un monolocale disordinato… E in questo bel trambusto c’è il mio angolo cottura. È ordinato, pulito, profumato e ci faccio delle gran colazioni psichedeliche. Volevo dire ci facciamo, cioè… Intendo le colazioni. Ci facciamo le colazioni. Io e il mio uovo sodo, Gian Maria… Un tipo simpatico. Ha una gran memoria, è bello composto, non fa mai chiasso e ha una pokerface da paura. Gli piacciono solo due cose: la pizza e l’arte… Ma da un po’ di tempo si è messo in testa di scrivere. Vuole creare una rubrica, ha detto – “Ovosodo”, una cinerubrica. E perché no? – gli ho risposto. Sono sopravvissuto agli 007 con Daniel Craig, quanto può essere peggio un uovo che scrive? Ora… Lui parla strano e non ha le mani, perciò mi ha chiesto il favore di scrivervi ciò che mi detta. Io lo faccio, però abbiate pazienza… Sto discutendo con un uovo e la mia Linea 88 s’inceppa.

Il 2013 è stato l’anno della 70esima Mostra del Cinema di Venezia, edizione che ha visto trionfare capolavori esteri quali Gravity di Alfonso Cuarón (presentato fuori concorso e poi premiato con ben 7 statuette agli Oscar 2014) e Si alza il vento del maestro giapponese Hayao Miyazaki. Approfittando dell’uscita ormai prossima di The Zero Theorem di Terry Gilliam – anch’esso proiettato in anteprima tre anni fa – mi piacerebbe riscoprire con voi una piccola perla tutta italiana.

Si tratta di Via Castellana Bandiera – un film diretto dalla drammaturga palermitana Emma Dante. Durante la sua carriera, decollata nei primi anni novanta e ancora attiva, la Dante ha contribuito a scrivere una pagina importante del teatro italiano contemporaneo. A testimoniarlo, i successi della Trilogia della Famiglia (mPalermu, Carnezzeria e Vita Mia, 2001-2004) e Cani di bancata (2006).

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Nato romanzo in prosa – e scritto dalla stessa Dante nel 2008 – Via Castellana Bandiera è ad oggi la prima e unica opera cinematografica della regista sicula. Per completezza sia tematica che narrativa, il film rappresenta a buon diritto uno spunto fondamentale per quanti vorrebbero avvicinarsi e comprendere meglio l’universo simbolico utilizzato negli spettacoli della Dante.

Vediamone assieme le ragioni, partendo dalla trama.

Siamo in Sicilia, a Palermo. È domenica mattina e lo scirocco sta soffocando la città. Due amiche – Rosa e Clara (interpretate da Emma Dante e Alba Rohrwacher) – hanno appena affrontato un estenuante viaggio dal continente all’isola per recarsi a un matrimonio, ma finiscono col perdersi tra i vicoli. Colta dalla frustrazione, Rosa imbocca una specie di budello, via Castellana Bandiera.

Nel frattempo, un’altra macchina – guidata da un’anziana donna, Samira, e con dentro ammassata la famiglia Calafiore – sopraggiunge in senso contrario, ostruendo il passaggio. La Multipla di Rosa e la Punto di Samira rimangono bloccate l’una di fronte all’altra e nessuna delle guidatrici sembra voler cedere il passo. Lentamente lo stallo si trasforma in una vera e propria guerra di trincea, muta, snervante e ostinata. Le due donne si rifiutano di mangiare, bere e parlarsi fino all’epilogo finale – un collasso emotivo, tragico e senza appello, affidato al fuoricampo.

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Come si è detto in precedenza, Via Castellana Bandiera è una sintesi quasi perfetta dei temi, delle forme, delle narrazioni e dei simboli di Emma Dante – a cominciare dai personaggi. Innanzitutto le protagoniste e gli abitanti della strada in questione sono persone comuni.

Pur provenendo da luoghi diversi (come Filippo Mangiapane, personaggio che incarna lo stereotipo del napoletano trafficone), vivono lì da sempre, e persino Rosa – giunta dalla penisola – confesserà a Clara che lì ci “andava a contare, quando non c’erano quei muri e nemmeno quelle case.” Oltre ad essere semplici, le entità umane della Dante sono coerenti al limite dell’ossessione.

Obbediscono a codici personali o collettivi che piegano ed escludono qualsiasi altra regola, stradale o sociale che sia, come testimoniano le vicine che lottano per accaparrarsi i numeri civici o gli automobilisti costretti a fare retromarcia dal cinico Saro Calafiore. Ad alimentare le manie di ciascun personaggio, contribuisce il surreale sentimento d’assenza trasmesso dagli ambienti.

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La via-trappola che blocca Rosa e Samira sembra fuori dal mondo, pur essendoci dentro, e niente interviene a modificarne le sorti. Non la polizia, non lo Stato, non la Legge. Stretti in mezzo a quei muri scalcinati, basta poco perché lo stallo muti in un’escalation di violenza, altro elemento che caratterizza le pièce di Emma Dante.

Quest’animalità di fondo, che smorza o sopprime ogni forma d’amore, non possiede alcun valore catartico. Il dolore permea le storie e non viene mostrato se non attraverso la fisicità degli attori. Proprio come il suo teatro, quindi, anche il cinema della Dante assurge al ruolo di arte più “sociale” che “politica”, trattando delle inciviltà del mondo in senso ampio, pur utilizzando coordinate spazio-temporali ristrette e ben definite (una sola giornata, una piccola stradina siciliana, ecc.)

La sensazione complessiva che emerge dall’impianto del film, tuttavia, è la paradossale impossibilità di comprendere nella sua interezza una vicenda tanto semplice. Viene da chiedersi perché.

Perché la Sicilia sembra un altro universo? Perché Samira e Rosa si costringono all’autolesionismo pur di non cedere? Cosa guadagneranno da un simile duello? Perché, perché? “Dove cazzo siamo finite?” chiederà Clara a un certo punto, ma la vera domanda è “Da dove siamo partiti?”. Siamo davvero sicuri che Via Castellana Bandiera non sia dietro casa?

PS: Tra le pellicole italiane in concorso alla 70esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia c’era anche “L’intrepido” di Gianni Amelio, dove troverete una delle migliori interpretazioni drammatiche di Antonio Albanese (se non la migliore). Guardatelo, ne vale davvero la pena.

Gian Maria Zabaioni
(Antonio Amodio)