C’era una volta l’Italietta: un’indagine del commissario Pepe

Un’icona del cinema italiano come Ettore Scola non ci sarebbe neanche bisogno di presentarla.

La carriera del regista di Trevico inizia a metà degli anni ’60, terminando nel 2013 e dopo aver diretto gioielli quali C’eravamo tanto amati (1974), Signore e signori, buonanotte (1976) e Concorrenza sleale, commedia nera del 2001 con Diego Abatantuono e Sergio Castellitto.

Dal più recente Via Castellana Bandiera (2013) di Emma Dante, trattato la volta scorsa, oggi parleremo di una pellicola considerata (a torto) fra le minori di Scola – “Il commissario Pepe“.

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Il film, prodotto nel 1969, è un’ironica istantanea dell’Italia di quel periodo, in bilico fra mondo globalizzato e mentalità piccolo-borghese, disturbata dalle lotte di classe nate nel Sessantotto e ancora ignara della tremenda crisi energetica del ’73 – un “paese che si fa il segno della croce“.

Il boom economico è ormai finito – e mentre il mondo cambia, la provincia “dorme e dimentica“.

Eroe di quest’amara tragicommedia è Ugo Tognazzi, che veste i panni del commissario Pepe.

A differenza delle cronache di quegli anni, che dipingevano la Polizia di Stato come un organismo deputato più alla repressione che alla difesa del cittadino, il protagonista Antonio Pepe appare un uomo in controtendenza.

Lui è di simpatie democratiche, tollerante, disposto a risolvere i problemi col buonsenso e senza mai abusare del proprio ruolo – in poche parole l’antitesi dello sbirro dei poliziotteschi successivi.

Se poi si pensa al fatto che il 1969 ha visto la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli – “volato” giù da una finestra della questura di Milano – immaginarsi una tale tranquillità di Pepe fa sorridere.

Quanto potrebbe durare un poliziotto così?

La risposta arriverà col finale, ma prima vediamo la trama.

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Antonio Pepe vive in una minuscola cittadina della provincia veneta, dove tutti conoscono tutti e vige la politica del quieto vivere. Mai un fatto di sangue in cinque anni e la polizia lavora soltanto quando deve calmare barboni e ubriachi.

Tuttavia, la svolta nella carriera dell’eroe di Scola arriva senza bussare, dentro un faldone arancio.

Sono le prove a sostegno di un’inchiesta della Buoncostume che indaga su certi strani “movimenti” alla pensione dei coniugi Azuna, rispettabile coppia di albergatori che vive in città.

L’indagine si allarga molto presto, finendo col coinvolgere altre personalità del luogo e rivelando a Pepe una scomoda verità: il bel paesino che aveva giurato di servire nasconde tanti, troppi segreti.

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Ciò che rende questo film degno d’essere riconsiderato è la bonaria ma lucida ironia con cui Scola fotografa la realtà del suo tempo, un’Italietta che per certi versi non è mai cambiata davvero.

Il regista avellinese ci mostra una cittadina di provincia che sembra più una metropoli, dove regnano vizietti, segreti, clientelismi e giochi di potere da Prima Repubblica.

Colto in questa rete di intrighi – indirettamente alimentati dalla sua tolleranza passata – Pepe risulta spiazzato, costretto a dire “non è poi così grave” davanti a crimini che vorrebbe soltanto denunciare, facendo rispettare la legge. Dalla pederastia allo sfruttamento della prostituzione, fino al tradimento dei voti religiosi e del rapporto medico-paziente, il povero commissario viene travolto da tutto il marcio che credeva di aver pulito e arriva a trovarsi con le mani legate.

Così l’idillio piccolo-borghese di Pepe si trasforma nello scialbo doppione di un paese, l’Italia, che rivolta ogni cosa solo quando non vuole cambiare nulla. O quando “ci sono le elezioni“.

Dove la legge è uguale per tutti, ma alcuni sono più uguali degli altri.

Gian Maria Zabaioni
(Antonio Amodio)