Mostri, popcorn e Jeeg Robot: ecco perchè il nostro cinema può ancora sperare

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«La cinematografia italiana è provinciale.» dicono.

«Il cinema italiano fa schifo.» ripetono.

E ogni volta un tormentone diverso… Fino all’intramontabile «Eh, ma quando c’era lui [inserire Fellini a caso] il nostro cinema era grande.»

Signora, cosa vuole che le dica… Almeno una volta nella vita l’abbiamo sentito tutti.
C’è da riderci, roba da Dinosauri Onesti.

Che il panorama cinematografico nazionale abbia mezzi limitati e faccia molta fatica ad innovarsi è questione risaputa, e non staremo qui a sindacare su come e perché, dato che le ridotte dimensioni di quest’aricolo non lo permetterebbero comunque.

Sarebbe giusto ricordare, tuttavia, che il Cinema non è uno soltanto.

Ne esistono diversi, per tematiche, lunghezza, genere, insomma c’è cinema e cinema, e per quanto riguarda il cosiddetto cinema “di genere” (espressione preferibile a quella già più scomoda e travisata di B-Movie) il nostro paese non è stato secondo a nessuno. E va ribadito: nessuno.

Sì, parliamo al passato, ma per fortuna oggi la tendenza negativa di cui tutti si sono sempre lamentati sta mostrando segnali di cambiamento. Piccoli cambiamenti, certo, eppure significativi.
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Muta il pubblico, torna la voglia di fare, e le maestranze – pur in mancanza dei cospicui investimenti su cui invece può contare la macchina hollywoodiana – non smettono d’impegnarsi.

Lo ha dimostrato il successo de Lo chiamavano Jeeg Robot (2016) di Gabriele Mainetti  (che fra le altre cose è stato premiato con ben otto David di Donatello e promosso da un robusto marketing del passaparola). Santamaria, Marinelli & Co. sono riusciti nella missione impossibile di riscrivere e reinventarsi all’italiana i crismi di un genere tipicamente yankee, di cui i recenti cinecomic sono simboli pervasivi.

Eclatante.

Una ventata fresca che ha spazzato via un po’ di polvere dal nostro cinema.
Tuttavia, il senso comune che rimpiange il passato porta con sé un briciolo di ragione.

Perché?

La risposta è semplice: con le dovute eccezioni (Sorrentino, Sollima e Caligari in primis), in Italia ci si è scordati che ad andare al cinema non sono soltanto le famiglie, ma i giovani.

E i post-teens sono una miniera d’oro, soprattutto in termini di botteghino e pubblicità.

Chi fa (o chi vorrebbe fare) cinema in Italia, quindi, dovrebbe piantare i piedi nel presente e poi guardarsi indietro per non dimenticare la lezione di alcuni maestri che hanno elevato il genere (e di conseguenza la nicchia) a fenomeno pop. In America giravano i vari Tod Browning, Roger Corman, Tobe Hooper, Sam Raimi… Ma da noi mostravano i denti i Corbucci, i Deodato, i Fulci e i Bava.

Ed è proprio di Lamberto Bava che tratteremo oggi, figlio d’arte e regista di Dèmoni (1985).

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Prodotto da Dario Argento, Dèmoni ha rappresentato una congiuntura importantissima per i talenti e le maestranze italiane all’epoca impegnate nell’horror, proprio come vent’anni prima era accaduto in ambito differente per la Trilogia del Dollaro (1964-1966) di Sergio Leone, vera e propria fucina di tecnici, caratteristi e compositori.

Dardano Sacchetti, già collaboratore di Lucio Fulci per film quali Sette Note in Nero (1977) e Quella villa accanto al cimitero (1981), si era occupato del soggetto e assieme alla sua si erano distinte la creatività musicale di Claudio Simonetti (tastierista dei Goblin e responsabile della colonna sonora) e la magistrale abilità di Rosario Prestopino, truccatore a cui si devono non soltanto gli effetti speciali di Dèmoni, ma anche quelli di Paura nella Città dei Morti Viventi e di Zombi Holocaust (entrambi del 1980).

Il film – dato il buon ritorno economico e di pubblico – aveva spinto la Titanus a produrre un sequel l’anno dopo, Dèmoni 2…L’incubo ritorna, con parte del cast originario. Ad ogni modo appare ovvio fin dalle prime battute che Dèmoni è un film orientato ai post-teens, sia a livello di contenuti che di immaginario.
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La trama ricalca, seppur vagamente, quella di Zombi (1978) di George Romero.
A Berlino, un gruppo di persone – scelte a caso da una maschera per strada – viene invitato alla proiezione di un film gratuito al Metropol, un cinema di periferia quasi “spuntato dal nulla”.

Una delle spettatrici però, scherzando con un oggetto di scena, finisce col ferirsi il volto, diventando così il veicolo di un’antica maledizione che trasforma le persone normali in demoni sanguinari.

La pellicola, da qui in avanti, si trasforma in un tripudio splatter che non ha nulla da invidiare a cult americani quali La Casa (1981) di Sam Raimi o Creepshow (1982) dello stesso Romero.

E lungi dal terminare gli assi nella manica, Dèmoni non solo fa sfoggio di una discreta metacinematografia, ma utilizza il citazionismo (tanto caro agli americani Tarantino e Roth) per omaggiare i campioni di casa nostra. La locandina inglese di Quattro Mosche di Velluto Grigio, diretto da Dario Argento nel 1971, ne è un piccolo esempio. Il gioco di rimandi e incastri, tuttavia, non si esaurisce con qualche prop ammiccante, arrivando addirittura a mutare (sul finale) il genere della pellicola. Ultima e non meno importante, infine, è la lode all’impianto scenico. In Dèmoni, carcasse di elicotteri sfondano soffitti, mostri millenari fuoriescono dai corpi urlanti delle loro vittime e una moto da cross sfreccia su e giù per la sala di un cinema devastato. Il film di Bava è un atto di forza, e seppur carente dal punto di vista attoriale, sa bene come mostrare i muscoli.

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Tornare a esplorare il cinema di genere sia in chiave storica che innovativa, insomma, potrebbe davvero rappresentare un trampolino per i molti talenti che il cinema italiano sta coltivando in questo periodo. Oltre a lamentarci di essere stati grandi, perciò, bisognerebbe ricordarsi che forse, e nonostante le difficoltà, abbiamo ancora i numeri per esserlo.

Oggi come allora.

 

Gian Maria Zabaioni