NoiseBOx – Intervista ai Parsec (Bologna)

NoiseBOx, un viaggio negli Inferi musicali di Bologna.

A detta di molti Bologna è la città più hipster d’Italia, e se per moltissimi ciò può essere un complimento, di certo non lo è per altri.

L’etichetta in questione – quando utilizzata in modo spregiativo – richiama alla mente una lunga serie di stereotipi che purtroppo (e sempre più spesso) corrispondono alla realtà degli young adults bolognesi, dal cosmopolitismo d’accatto fino ai revival di culture, simboli e mode che già quarant’anni fa avevano esaurito ogni loro significato.

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Fra le vie della Rossa, insomma, sembra che il passato sopravviva solo attraverso luoghi comuni, rievocati in chiave consolatoria o fastidiosamente radical-chic.

Da un certo punto di vista, la città di cui cantavano Dalla e Guccini apparirebbe ormai senza forze, schiava dei propri simulacri e del tutto incapace di osare, di essere di nuovo all’avanguardia … Ma in verità il panorama dell’underground a BO è ben lontano dal suo canto del cigno.

Ogni notte, infatti, Bologna offre un intero cosmo brulicante di musicisti e talenti, tutti pronti a mettersi in gioco, e NoiseBOx – la nuova rubrica musicale di AVANT-GARDE Italienne – ve li farà conoscere di persona. Insieme a voi, andremo alla scoperta di una città sotterranea fatta di ombre, avventure e soprattutto grande musica.

Per il nostro primo articolo, oggi abbiamo con noi i Parsec.

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Salve, ragazzi, e benvenuti su NoiseBOx! Che ne direste di presentarvi ai nostri lettori?

Il primo a presentarsi è Samuele Venturi, classe ’89. Fa l’insegnante di filosofia e storia ed è uno dei chitarristi, nonché paroliere, dei Parsec. A ruota segue Federico Cavicchi, 24 anni, seconda chitarra del gruppo e cantante. Lavora in un’azienda di integratori alimentari e studia psicologia clinica. Il terzo membro della band è il “basso massiccio e distorto” di Gabriele Tassi, mentre ultimo – ma non meno importante – è il batterista Leopoldo Fantechi, impegnato sia con gli studi al Conservatorio di Bologna che con un impiego in un’impresa che si occupa di prodotti per restauri.

I Parsec sono nati nel 2009, vale a dire sette anni fa, ma prima che un’esperienza artistica, una band è innanzitutto un’esperienza umana, fatta di mille storie, sfide e a volte incomprensioni.


Vi andrebbe di raccontarci come vi siete trovati e cosa vi ha spinto a fare musica insieme?

Samuele: ci siamo conosciuti al liceo e abbiamo mantenuto un’amicizia fraterna e profonda. Abbiamo deciso di suonare insieme per divertirci, ma anche per rendere concreti gli interessi e le passioni che avevamo in comune.


Federico: ci siamo beccati alle superiori, il primo che ho conosciuto è stato Samuele. Durante l’intervallo venne a congratularsi con me per la maglietta che indossavo, era una T-Shirt degli Alice in Chains. Da lì è cominciato tutto, suonare è stata un’occasione per stare assieme e divertirci.


Gabriele: È stato quasi naturale, al liceo. Vista la comunanza di interessi e la coesione fra personalità e gusti musicali, era stato inevitabile formare una band.


Leopoldo: alle superiori siamo partiti dalle nostre passioni, non avevamo alcuna pretesa se non quella di divertirci, e per quanto mi riguarda i rapporti umani – in un gruppo – sono fondamentali. Siamo prima amici e poi membri di una band.

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Il vostro primo EP – “Reset” – è del 2011.
Quanto è stata importante per voi questa tappa e quali stimoli – sia narrativi che musicali – avete utilizzato per renderlo all’altezza delle vostre aspettative?

Samuele: Reset fu il risultato di sano cazzeggio unito a tanta cattiveria post-adolescenziale.
È stato molto importante perchè ci ha messo alla prova come musicisti. L’avevamo registrato in presa diretta, su bobina, e ci ha permesso di farci conoscere nell’ambito della musica indipendente.
Per quanto riguarda gli stimoli esplorati, beh, in quel periodo leggevo molto Camus ed eravamo impegnati in alcune sonorizzazioni di cortometraggi muti.


Federico: in realtà non sapevamo cosa volevamo realmente, eravamo troppo giovani. Con Reset abbiamo cercato di essere il più possibile spontanei, esplorando la nostra sensibilità per la prima volta… E in particolar modo la parte più cupa e oscura di quella sensibilità.


Gabriele: In Reset c’è dentro tutto quello che turbinava nelle nostre menti in quel periodo, dal postrock all’elettronica. Si tratta di un disco immediato, come ha detto Samuele, l’abbiamo registrato in presa diretta e su bobina. Un disco più ruvido e realistico di così non si può proprio suonare. Ci ha fatto capire cosa eravamo in grado di fare, ma anche quali erano i nostri limiti.


Leopoldo: Reset é stato una tappa molto importante, il primo passo nel mondo della produzione musicale. Riguardo alla fase compositiva, eravamo spinti dalla voglia di raccontare il mondo che ci circonda, coi suoi vari contesti sociali e tutto ciò che di grottesco e malato era contenuto in essi.


All’interno di questo EP – in tracce quali Goya e Monty Brogan – si nota subito il vostro amore per il citazionismo. Esso è un semplice riflesso legato alla memoria o va inquadrato in un sistema poetico più ampio?

Samuele: nella vita mi piace circondarmi di arte, quando scrivo i testi o scelgo i titoli delle canzoni mi viene spontaneo parlare di quello che conosco e che amo. Il citazionismo è un prezioso strumento per rendere più immediate, convincenti ed evocative alcune immagini, conferendo maggiore forza alle parole e alla musica.


Federico: tutti noi ci interessiamo di arte e nelle canzoni inseriamo sempre qualcosa di noi stessi.


Gabriele: la nostra mente si nutre di grandi e piccole cose, ma ve ne sono alcune talmente importanti che risulta doveroso riportarle alla luce in alcuni brani.


Leopoldo: il citazionismo è uno strumento per dare un’immagine significativa di quello che è contenuto nei nostri testi. Ci viene naturale includere elementi esterni nella musica per dare un’idea ancora più nitida di ciò che vogliamo esprimere.

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E a proposito di poetica in senso complessivo, ritenete che il vostro primo album “Sulla Notte” rappresenti un sistema di suggestioni organico o che gli manchi qualcosa? Se doveste trovare un difetto in quest’ultima produzione, quale indichereste?

Samuele: per quanto monotematico, dal punto di vista lirico mi sembra un esordio riuscito. Musicalmente parlando invece credo che gli manchino il coraggio e l’ambizione di affrancarsi da alcuni riferimenti ingombranti.


Federico: Sulla Notte è un album a cui sono molto legato e credo abbia rappresentato un vero salto di qualità per tutti noi. Ti devo parlare di difetti? Vediamo. Continuo a pensare che avremmo potuto incidere qualche chitarra in più e abbassare leggermente la voce dal master definitivo.


Gabriele: Sulla Notte rappresenta un corpus parecchio organico, io dal punto di vista testuale lo definirei un vero e proprio concept. Il filo conduttore della notte (il nostro habitat naturale) pervade in ogni traccia, mentre la musica romba e le parole t’arrivano dritto in faccia.


Leopoldo: Sulla Notte è un disco d’esordio molto compatto e omogeneo, sia a livello sonoro che concettuale. Se dovessi trovare un difetto, molto probabilmente penserei al fatto che secondo me è musicalmente derivativo, ma col tempo sono certo che troveremo una strada più personale, più nostra.


Quanto è importante per voi la sperimentazione durante il recording di un nuovo progetto?

Samuele: è fondamentale. Quando fai musica devi essere sempre aperto a ogni possibilità e valutare ogni soluzione o alternativa. Devi provare e riprovare, fino alla saturazione fisica e mentale.


Federico: per un musicista la sperimentazione è indispensabile. Le persone cambiano nel tempo, così come il loro modo di fare musica, e se un nuovo album è identico a quello precedente allora c’è qualcosa che non va. Cambiare è nella natura delle cose, non bisogna temere il cambiamento.


Gabriele: la sperimentazione è sicuramente importante. Con Sulla Notte ci siamo rimessi in gioco rivedendo il nostro sound, scremando l’elettronica in favore delle chitarre. Sperimentare significa provare cose nuove, certo, ma soprattutto sapersi mettere e ri-mettere in discussione.


Leopoldo: credo che la sperimentazione debba essere parte integrante della registrazione di un disco. È basilare per cercare sonorità e colori diversi, ma va anche dosata nel modo giusto, altrimenti rischia di diventare una serie di virtuosismi e riferimenti fini a se stessi.


Cosa significa per voi essere “all’avanguardia”?

Samuele: pensare liberamente, vivere fuori dagli schemi, essere inattuali.
In ambito musicale penso a gruppi come i My Bloody Valentine o agli Slint, che hanno inventato un suond e un genere tutto loro.


Federico: “avanguardia” significa sperimentare, rischiare, ma anche saper prevedere il modo di pensare delle persone nell’immediato futuro, guardando il presente con occhio vigile.


Gabriele: essere all’avanguardia non coincide con l’essere moderni: noi amiamo le stanze polverose, il buio e le cose vecchie. Avanguardia significa saper suscitare sempre nuove emozioni in chi ti ascolta, anche attraverso vie magari già esplorate.


Leopoldo: Quando penso al termine avanguardia, mi vengono in mente nomi come Einstürzende Neubauten e Swans. Noi contemporanei abbiamo un lascito di quello che è stata l’Avanguardia che fu, ma in questo presente sterile non la stiamo vivendo e molte cose sono già state fatte, anche se tuttora non mancano proposte valide.


Purtroppo siamo giunti al termine dell’intervista. Dopo questa chiacchierata, quale messaggio vorreste lasciare ai lettori di AVANT-GARDE Italienne?

Samuele: combattete sempre con tenacia per raggiungere quello che desiderate.


Federico: il prossimo disco dei Parsec sarà vera avanguardia!


Gabriele: mettetevi sempre in discussione, non pensate mai di essere arrivati all’apice del vostro percorso.


Leopoldo: seguite la vostra strada e siate sempre voi stessi.

 

Antonio Amodio


Credits:
Foto di apertura, Night at Bologna train station di Laetitia Delbreil ©
Sulla Notte cover art, Building on Franklin street, 1981 di Greg Girard ©