Alla periferia del buio: lo psico-noir all’italiana di Alex Infascelli

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Quando oggi discutiamo di cinema italiano, la mente corre volentieri alla generazione 1965-1970.

È quasi un riflesso condizionato, e forse giustamente, perché a prescindere dai gusti di ognuno non si può negare che i lavori di Sollima, Garrone e Sorrentino (tanto per citare i soliti noti) abbiano risollevato gli standard della cinematografia d’autore nel nostro paese, persino assurgendola – in certi casi – agli onori del mainstream (come fu per il premio Oscar a La Grande Bellezza nel 2014).

Nell’elenco dei maestri odierni, tuttavia, viene spesso esclusa una delle personalità più interessanti degli ultimi anni – un regista che, pur avendo all’attivo solo quattro pellicole, è stato a contatto sin dai propri esordi con talenti di fama mondiale, tanto nel campo musicale quanto cinematografico.

Stiamo parlando di Alex Infascelli.

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Nel 1988, Infascelli si trasferisce negli Stati Uniti per inseguire la sua passione per la musica.

Milita in molte band di Los Angeles e si mantiene facendo i mestieri più disparati, fino a quando la Propaganda Films (casa di produzione della serie Twin Peaks) non gli offre un incarico da runner.

Da lì in poi, lavorando dapprima come aiuto e poi come director, Infascelli viene a contatto con i maggiori artisti pop dell’epoca – da Prince ai Kiss, passando dai Nirvana e finendo con Bernardo Bertolucci, che gli commissiona la regia di un videoclip dei Cocteau Twins da includere nella OST del suo Io Ballo da Sola del 1996. Il grande pubblico però arriverà a conoscerlo soltanto nel 2000, quando nelle sale viene distribuito Almost Blue, una pellicola a tinte fosche tratta dall’omonimo romanzo di Carlo Lucarelli.

Il film si rivela un successo e il cineasta romano riceve subito un Ciak d’Oro, un Nastro d’Argento e un David di Donatello al miglior regista esordiente nel 2001.

Almost Blue presenta già alcuni dei capisaldi che costituiscono la poetica autoriale di Infascelli.

Da ammirare qui sono la meticolosa attenzione al missaggio e agli effetti sonori, la cura estrema nella calibrazione della fotografia (soprattutto l’utilizzo dei colori e della profondità di campo), e le inquadrature a volte sporche e sottoesposte – capaci di conferire alle scene un inimitabile senso di eco, desolazione e vuoto.

Va menzionata, infine, la sterilità che emana dagli scorci urbani che fanno da sfondo alle vicende, e che sono il perfetto rovescio ambientale di personaggi scuri e disillusi.
Per meglio avventurarci nella filmografia di Infascelli, oggi proponiamo Il siero della vanità (2004).

Proprio come Almost Blue, Il siero della vanità conta su nomi d’eccezione. Da una parte, infatti, abbiamo il soggettista – lo scrittore Niccolò Ammaniti – che ha curato il porting del suo romanzo Il libro italiano dei morti, dall’altra invece appare Morgan, all’epoca leader dei Bluvertigo e responsabile della colonna sonora originale.

La storia del film narra di Lucia Allasco (interpretata da Margherita Buy), ex-poliziotta con problemi di alcolismo, rimasta zoppa dopo una sparatoria che è costata la vita a un suo collega. Lucia – un po’ per noia, un po’ per disperazione – inizia ad occuparsi di un caso che segue le sparizioni di alcune celebrità del Sonia Norton Show, programma trash curato dall’omonima e cinica conduttrice (Francesca Neri).

A quel punto, aiutata dall’ispettore Berardi (Valerio Mastandrea) e dal commissario Terracciano (Ninni Bruschetta), Lucia decide di continuare la sua personale odissea in un mondo drogato di protagonismo e ossessionato dall’Auditel, a caccia dell’ignoto rapitore.

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Il siero della vanità è un giallo solido e potente, e se da un lato gli si può rimproverare un pre-finale non proprio emozionante, dall’altro riesce a farsi perdonare con una direzione degli attori eccezionale.

Margherita Buy in particolare – per una volta lontana dalla sua macchiettistca interpretazione di donne borghesi e nevrotiche – conferisce un sorprendente spessore al personaggio di Lucia. Zoppa, arrabbiata, sporca e affatticata, ma incrollabile nonostante i propri difetti, la Buy veste i tratti di un’eroina noir che non ha nulla da invidiare alle Jessica Jones di oggi.

Assieme agli attori, poi, anche la fotografia riverbera in armonia al mood della pellicola, alternando scenari patinati e iperluminosi ai notturni di un’EUR colto nei suoi scorci più squallidi e alienanti.

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Grazie a questa sapiente alchimia i personaggi e l’ambiente concorrono a intrecciarsi senza soluzione di continuità entro un unicum irripetibile, un gigantesco psico-noir collettivo che in sintesi è una silenziosa filippica contro l’infotainment – attuale ancora adesso, e dopo dodici anni.

E riflettendoci… Cosa sono Pomeriggio 5 e Barbara d’Urso se non emuli di Sonia Norton e del suo show-carrozzone, in attesa dell’ennesimo fatto di sangue da sacrificare al dio dell’audience?

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La risposta è in una piccola furbata di Infascelli, che ha voluto girare le scene del Sonia Norton Show nello stesso teatro riservato a Uomini e Donne di Maria de Filippi.
Coincidenze? Io non credo.

P.S.
Da poco Alex Infascelli ha ricevuto il David di Donatello 2016 al miglior documentario di lungometraggio. L’opera – intitolata S is for Stanley – racconta la vita del regista Stanley Kubrick attraverso gli occhi del suo autista e amico personale Emilio d’Alessandro.
Guardatelo, ne vale assolutamente la pena.

Gian Maria Zabaioni