Mario Bava, l’artigiano dell’orrore

Oltre a essere un creativo, Mario Bava possedeva un dono raro, quella capacità che da sempre – fra una pizza e un mandolino – è associata all’essere italiani: l’arte di arrangiarsi. Figlio di Eugenio Bava – a sua volta scenografo, scultore, pittore e direttore della fotografia agli albori del cinema italiano – Mario ha mutuato dal padre l’amore per l’arte pittorica (come rammentava il regista americano Raoul Walsh, nda) per poi cominciare la propria carriera in qualità di effettista.

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Jacqueline Pierreux e Mario Bava sul set de “I tre volti della paura” (1963)

La manipolazione delle immagini e le sperimentazioni illuminotecniche sono state le prime e fondamentali applicazioni della maestria e della professionalità di Bava in campo visivo. Durante la seconda guerra mondiale, infatti, l’autore sanremese era stato impiegato dell’Istituto Luce e aveva dedicato gran parte del suo tempo alla sofisticazione dei filmati d’archivio e di propaganda fascista – tra cui, ad esempio, un cine-giornale che inscenava la fantomatica conquista di Malta da parte dell’esercito italiano.

Dal ’39 e fino al crollo del regime di Mussolini, Bava si specializza nella direzione della fotografia, arrivando a lavorare con maestri del calibro di Roberto Rossellini e Luigi Mainardi, ma è solo nel 1959 che il suo incrollabile stacanovismo viene premiato da Bruno Valiati – il produttore di un peplum con Steve Reeves, La battaglia di Maratona, di cui il celebre cineasta francese Jacques Tourneur (autore de Il bacio della pantera, 1942) non aveva terminato le riprese.

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Locandina de “La maschera del demonio” (1960)

L’anno successivo, nel 1960, Bava esordisce alla regia de La maschera del demonio, a tutti gli effetti il primo gothic horror italiano. Nonostante la fotografia elegante e gli effetti speciali semplici ma efficaci, la pellicola incassa poco più di 139 milioni di lire. Il riverbero e il successo di pubblico, tuttavia, premieranno gli sforzi di Bava rendendo il film un vero e proprio cult. In seguito, la stessa sorte toccherà a moltissime altre opere del regista, considerate da critica e platea lavori che hanno letteralmente inventato generi cinematografici fino a quel momento ignoti al panorama nostrano.

Sarebbe quindi opportuno citare La ragazza che sapeva troppo (1962) quale capostipite del giallo all’italiana, oppure Reazione a catena slasher antelitteram del 1971 che ha ispirato Hollywood nella creazione della saga di Venerdì 13 – o ancora Cani arrabbiati del 1974, antesignano del cinema pulp e gemello tricolore del Cani di paglia di Peckinpah.

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Una scena tratta da “I tre volti della paura” (1963)

Ad ogni modo, nel 1963 Bava gira I tre volti della paura, forse uno dei suoi film più famosi. All’interno di questa pregevole pellicola a episodi – tre per l’esattezza – ritroviamo quasi tutti gli stilemi che hanno reso celebre Mario Bava sia in Italia che all’estero. Basso budget, attori spesso non all’altezza, accompagnati però da una regia incardinata attorno a inquadrature ben costruite e che catturano set dove ogni dettaglio – seppur economico – è sistemato con invidiabile perizia, proprio come le luci sature ed espressioniste, i costumi e gli attrezzi di scena volutamente pacchiani o fuori moda, riuniti a creare coordinate spazio-temporali indefinite dove l’unico protagonista è un brivido che non conosce storia né confini.

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L’anticamera della medium (scena tratta da La goccia d’acqua, terzo episodio de “I tre volti della paura” – 1963)

Assieme alla volontà di elaborare un fertile ambiente per la paura, poi, si muove il desiderio di affascinare il pubblico grazie a una tensione che in ciascun episodio si manifesta nelle più svariate forme: dal terrore dell’impotenza e della solitudine (come ne Il telefono), al terrore del diverso (ne I wurdalak) e a quello verso l’ignoto e il mondo dei morti (ne La goccia d’acqua).

Ultimo dettaglio, ma non meno importante, è l’attenzione riservata all’utilizzo funzionale dei suoni. Nei film di Bava il rumore non è un semplice segno acustico, ma il veicolo privilegiato della suspence. Il ronzio di una mosca, una porta cigolante, lo stillicidio di una goccia d’acqua – i dettagli sonori sono i sintomi dell’angoscia e della catastrofe, unici segnali di ciò che attende nell’ombra… E che spesso, come indica la presenza meta-cinematografica del grande Boris Karloff, non è che un momento di bella finzione… Forse.

Dopotutto, coi fantasmi è meglio stare attenti, perché si vendicano…

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Boris Karloff introduce “I tre volti della paura” (1963)

Antonio Amodio