Protoregia 1923: Milano realizza il sogno di Appia

 

Il 20 dicembre del 1923 alla Scala di Milano va in scena il Tristan und Isolde, dramma musicale di Richard Wagner, allestito da Adolphe Appia e diretto dal maestro Arturo Toscanini.

Invitando Appia, il direttore tenta un “esperimento che ha sapor di battaglia, di antiaccademia e di vita”, con l’idea di coniugare il rinnovamento del teatro milanese, cui era stato indirizzato un cospicuo investimento economico, ad un’operazione di europeizzazione del teatro italiano.

Trattandosi di un dramma wagneriano, la scelta non poteva che cadere sullo scenografo ginevrino.

locandinaEra stato, infatti, proprio l’incontro con il teatro di Wagner a risvegliare in Appia la consapevolezza delle intime risorse di cui era dotato, che lo avrebbero condotto ad arruolarsi nell’esercito dei riformatori della scena teatrale e ad essere considerato oggi un protoregista.

Di fronte ad un dramma nuovo, come il Wort-Tondrama, Appia sente la necessità di architettare una forma rappresentativa altrettanto nuova.

Il progetto di quest’ultima, maturando, gli ispirerà l’utopica visione di un dramma ancor più innovativo: l’opera d’arte vivente dell’avvenire.

Questa, per godere di credibilità, deve costruirsi sulla base di un sistema organico governato da un unico, sacro, imperativo (tratto da Goethe): “l’arte s’impone da sé e domina il tempo”.

L’arte a cui, come Wagner, allude Appia, è frutto di una collaborazione fraterna e, tra le sorelle abbracciate nell’opera d’arte totale, è la musica a rivendicare i suoi diritti di primogenitura.iv

La musica si pone al vertice della gerarchia su cui dovrà basarsi la pratica artistica della messa in scena, componente fondamentale del teatro poiché “ogni arte che non tenga conto della vista resta un’arte che vuole ma che non può interamente”.

L’arte drammatica può riconoscersi come tale solo se creazione del poeta-musicista.

Nella sfera dell’arte rientrano, infatti, solo le opere di cui l’autore abbia provveduto a definire ogni parte e l’unico mezzo con cui l’autore di un dramma teatrale può stabilirne la futura messa in scena è la partitura musicale.

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È esclusivamente alle proporzioni dettate da questa che deve rifarsi l’attore, l’anima vitale dello spettacolo teatrale, rinunciando ad ogni sentimento individuale ed egoistico che ostacolerebbe all’opera d’arte collettiva il conseguimento del proprio fine ultimo: l’instaurazione di una dimensione ideale in cui tutti trovino posto, senza passare per selezioni basate su criteri fittizi e senza il disagio che queste comportano.

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Ciò che Appia consegna alla regia moderna è un manuale per costruire non solo l’orchestra ma un intero “teatro invisibile”, tanto che più che “teatro” si preferisce chiamarlo “sala”, definizione che più si addice ad “uno spazio libero, vuoto, trasformabile, ritmico”.

Il teatro italiano è tra i rarissimi contesti in cui la teoria di questo pioniere si fa immanente, illuminando la strada ad artisti internazionali che, come Bob Wilson, sono ancora d’avanguardia.

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Eleonora De Vecchis