Ombre di piombo: Elio Petri e la nevrosi del Potere

Solo l’anno scorso ebbi la fortuna di trovarmi davanti a Enrico Lucherini – il primo, leggendario press-agent di Cinecittà, l’uomo che aveva ispirato Federico Fellini per il personaggio di Marcello ne “La dolce vita”.

Non avrei più avuto una seconda chance per chiedergli qualcosa, così gli domandai di Elio Petri.

“Signor Lucherini” feci d’istinto “Se lo ricorda il maestro Petri? Che persona era?”
Ripenso a quella risposta ancora oggi.

“Elio era un signore. Mi ricordo che amava tantissimo l’arte, ci impazziva. Ogni volta che lo invitavo da me, poi voleva andarsene con uno dei miei quadri. Ne vedeva uno che gli piaceva e mi diceva: dài, Enrì, me lo posso tenere?”

rosi-petri-e-hitchcock-cannes-72
La cerimonia di premiazione del Festival di Cannes 1972. Sul palco, da destra a sinistra: Elio Petri, Gianfranco Rosi e Alfred Hitchcock

Sarebbe riduttivo liquidare la statura umana e artistica di Petri con l’etichetta di regista, perché in tal modo si farebbe torto a una delle personalità più complesse che il cinema italiano abbia mai conosciuto. La sua parabola professionale, infatti, ha toccato numerosi ambiti d’interesse – dal giornalismo, alla critica, fino alla sceneggiatura – approdando alla regia cinematografica soltanto nel 1961, con la direzione del poliziesco “L’assassino” (un ottimo esordio, nonostante i problemi di censura).

Allo spirito poliedrico di Petri andrebbero subito riconosciuti due meriti fondamentali.
In primis, il fervido sostegno all’eredità del movimento neorealista.

D’altro canto è proprio all’interno della cerchia di Giuseppe De Santis che Petri comincia il mestiere di sceneggiatore, collaborando a una serie d’interviste che diverrano poi la base documentaria del celeberrimo “Roma ore 11” con Anna Magnani.

Col passare del tempo, inoltre, l’indole di Petri si adatterà piuttosto bene al milieu dei seguaci di De Sica e Zavattini, tant’è che frequentando l’osteria Fratelli Menghi – noto ritrovo di scrittori e poeti sulla via Flaminia – fra il ’53 e il ’60 il regista entrerà in contatto con moltissimi neorealisti quali Lizzani, Savona e Casadio (per citarne solo alcuni), esponenti con cui in seguito stringerà importanti collaborazioni.

elio-petri-su-un-tranquillo-posto-di-campagna
Franco Nero ed Elio Petri insieme sul set di “Un tranquillo posto di campagna” (1968)

Il secondo merito delle considerazioni di Petri sul Neorealismo consiste infine in una lucida presa di coscienza riguardo ai limiti di tale corrente. In un suo appunto che risale al luglio del ’57, infatti, si scopriva già critico nei confronti di un sistema artistico che gli pareva giunto al capolinea.

A tal proposito aveva commentato:

Il Neorealismo, se non è inteso come vasta esigenza di ricerca e di indagine, ma come vera e propria tendenza poetica, non ci interessa più. […] Occorre fare i conti con i miti moderni, con le incoerenze, con la corruzione, con gli esempi splendidi di eroismi inutili, con i sussulti della morale. Occorre sapere e poter rappresentare tutto ciò.

Ad ogni modo, la fama di Petri presso il grande pubblico, la critica e – purtroppo – gli organi censori italiani arriva nel 1970, giusto a ridosso della proiezione nelle sale di una pellicola dal titolo “Documenti su Giuseppe Pinelli” (di cui il regista romano aveva diretto un episodio), documentario militante che puntava a far chiarezza sui fatti di Piazza Fontana e sulla tragica quanto misteriosa morte dell’anarchico Pinelli, “caduto” da una finestra della questura di Milano mentre veniva sottoposto a un interrogatorio.

Spinto dalla necessità di portare il proprio impegno politico e civile a un livello superiore, proprio in quell’anno Petri inaugura la sua più fertile stagione creativa, quel magnifico triennio ’70-’73, quando forte del sodalizio con l’attore Gian Maria Volontè e lo sceneggiatore Ugo Pirro decide di elaborare l’indimenticabile “Trilogia della Nevrosi“, una spietata critica ai mali della società post-industriale italiana (e che si snoda attraverso “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (1970), “La classe operaia va in paradiso” (1971) e “La proprietà non è più un furto” del 1973).

Già tredici anni prima – sempre nel ’57, a maggio – Petri aveva mostrato una certa chiarezza nel definire il raggio d’azione della libertà d’espressione, diritto che – all’epoca del terrorismo politico in Italia – sarebbe stato rischioso esercitare.

Al limite della preveggenza aveva scritto:

La libertà di espressione va difesa per quello che essa fondamentalmente rappresenta, il diritto degli artisti di esprimersi e di indagare criticamente sul corpo della realtà in cui vivono, qualunque sia la società in cui vivano.

E al vertice della sua Trilogia, non a caso, si trova proprio un’indagine.

Un’indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto.

indagine-su-un-cittadino
La locandina di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (1970)

Densa di riferimenti socio-culturali e artistici che spaziano da Marx a Brecht, toccando anche il pensiero di Kafka e Wilhelm Reich, l’opera presenta una struttura molto complessa il cui impianto sotto e inter-testuale era stato maggiormente recepito all’estero, giacché in Italia – ai tempi – l’opinione pubblica era tutt’altro che pronta ad affrontare di petto un film che agiva quale sottile e cinica allegoria del Potere costituito, dei suoi guardiani e dei suoi mezzi per reprimere le masse

Consapevole della situazione, e con l’aiuto dei suoi distributori, Petri aveva tentato ogni possibile stratagemma per impedire che la questura di Milano attivasse il sequestro preventivo della pellicola (provvedimento che secondo alcuni era nell’aria).
Anzitutto il regista aveva accettato senza colpo ferire il divieto ai minori di 16 anni imposto dalla Censura, e nel frattempo lo staff adibito alla campagna pubblicitaria era stato occupatissimo a “camuffare” il lavoro, spacciando Indagine per un innocuo film giallo.

Nelle settimane precedenti l’uscita in sala, l’intero cast era rimasto sul chi vive, ma alla fine la procura aveva deciso per effettuare la distribuzione. I guai però non erano finiti.
L’accoglienza positiva di un simile capolavoro – specie a ridosso della morte di Pinelli, di Piazza Fontana e dell’arresto di Valpreda – aveva creato uno scandalo senza precedenti.
C’erano persino stati problemi di traffico, perché la polizia aveva avuto difficoltà a gestire le code ai botteghini.

A Ugo Pirro – lo sceneggiatore del film – avevano anche detto “Non serve che lo sequestrano, tanto in galera ci andate lo stesso.

Indagine era stato una vera e propria bomba, vincendo il Gran Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes del ’70 e il premio Oscar per il Miglior Film Straniero nel 1971.

c_indagine-su-un-cittadino-al-di-sopra-di-ogni-sospetto_articolo3
Il capo dell’ufficio politico nella sala delle impronte

Sorvolando sulla trama (che di un buon mistery movie non si dovrebbe mai rovinare), il nucleo semantico di Indagine è costruito attorno all’impietoso ritratto che Petri dipinge dell’autorità statale e del suo ricorso alla macchina repressiva per impedire che qualunque tipo di eversione riesca ad avvelenare il cuore del Sistema.
La repressione è il nostro vaccino, repressione è civiltà!” urlerà il personaggio di Volonté, le cui azioni lasciano ben intendere la cinica e spaventosa verità che è alla base del film: di fronte alla longa manus della Legge, ogni cittadino è egualmente criminale.

Dietro ogni sovversivo può nascondersi un criminale e dietro ogni criminale può nascondersi un sovversivo“, questa la massima che regola gli impulsi umani in un cosmo dove l’omicidio e gli attentati politici si assomigliano sempre più.
L’unica cosa democratica in una società del genere DEVE essere la punizione.

La nevrosi del potere poliziesco dunque, l’ombra di piombo che grava sulle libertà individuali e sui diritti civili, è in realtà la quintessenza dell’Autorità (con la maiuscola), quella che in mancanza di certezze si sostituisce alla figura paterna, “il modello inattaccabile […] il volto stesso di Dio“. Di fronte a tale Autorità, tutti ritornano un po’ bambini, permettendo all’autorità stessa – in una sorta di grottesco uroboro – di auto-alimentarsi e perpetuarsi all’infinito.
L’aforisma finale di Kafka – in effetti – mira a spiegare proprio l’insondabilità del puro potere, quello che sta persino a monte del Diritto e delle Costituzioni.

Qualunque impressione faccia su di noi [il protagonista, nda] egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano.

Antonio Amodio