“La nostra agonia è il nostro trionfo”

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Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti erano persone modeste, due immigrati di origine italiana sbarcati in America per trovare lavoro, libertà e benessere
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Il primo era un meridionale, nato a Torremaggiore (in provincia di Foggia), mentre l’altro il figlio d’un piccolo borghese di Cuneo. Sacco era impiegato come operaio specializzato in un calzaturificio, Vanzetti invece – dopo aver vagato e accettato svariati impieghi – si era messo in proprio a Plymouth, rilevando da un suo concittadino un carretto per il pesce.

Alla luce di quanto detto finora, le loro esistenze non sembrano possedere nulla di straordinario rispetto alle migliaia di storie passate da Ellis Island agli inizi del Novecento, ma in realtà per il Commonwealth del Massachussetts – che li giustizierà il 23 agosto del 1927 – Sacco e Vanzetti erano “due bastardi anarchici“, una coppia di ladri e assassini, colpevoli di aver rapinato lo stabilimento “Slater & Morrill” a South Braintree e di averne ucciso il contabile e una guardia.

Cercando il sogno americano, “Nick e Bart” avevano trovato la morte – e al comitato di difesa, che per l’intera durata del processo aveva inutilmente cercato di combattere il clima di terrore e pregiudizio che attanagliava la corte – era toccata una sorte altrettanto tragica. Rimasto invischiato in una farsa senza precedenti e montata ad arte dalle autorità giudiziarie, a nulla erano valse le sue contro-perizie e il tardivo recupero della testimonianza che avrebbe scagionato i due, quella di Celestino Madeiros, considerata inattendibile dalla pubblica accusa poiché “proveniente da un detenuto portoricano“.

Le prove e l’opinione pubblica erano dalla parte di Sacco e Vanzetti, il potere no.

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Prima pagina di quotidiano (1920) – “Anche Einstein protesta per Sacco e Vanzetti”

Bertrand Russell, Dorothy Parker, George Bernard Shaw, H.G. Wells, Albert Einstein e persino Benito Mussolini erano dalla parte di Sacco e Vanzetti, il giudice Webster Thayer no.

Sacco e Vanzetti erano italiani.
Sacco e Vanzetti erano anarchici.
Sacco e Vanzetti erano barbari, non capivano l’inglese e minacciavano la sicurezza degli Stati Uniti, inquinandone i costumi e diffondendo i germi della sovversione anti-borghese.

Eliminarli in modo esemplare avrebbe permesso al Sistema di mostrare a radicali, sindacalisti e socialisti i costi di un’eventuale ribellione organizzata contro lo Stato.

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Sacco (Riccardo Ciucciolla) e Vanzetti (Gian Maria Volontè) al banco degli imputati

Ma Sacco e Vanzetti si occupavano solo di propaganda, e rispetto ad altri loro “compagni” non lanciavano bombe, avevano paura delle armi e preferivano gli scioperi alla dinamite.

Esattamente a un anno di distanza dal primo lungometraggio della sua personale trilogia sul potere (cominciata con “Gott mit uns” del 1970, una critica al potere militare), Giuliano Montaldo portava in sala “Sacco e Vanzetti”, il secondo episodio, un interessantissimo ibrido fra biopic e legal drama di stampo smaccatamente americano, al cui interno però si possono distinguere uno scavo psicologico dei personaggi e un lirismo quasi epico del tutto assenti in prodotti USA più o meno coevi, quali “Il buio oltre la siepe” di Robert Mulligan del 1962 o il più vecchio “Anatomia di un omicidio” di Otto Preminger del 1959.

Analizzando la struttura complessiva dell’opera, possiamo dire che dal punto di vista registico Montaldo sembra quasi “copiare” i registi hollywoodiani del periodo. La sua pellicola è forse la meno italiana del biennio ’70-’71 in fatto di messinscena, montaggio e fotografia, ma quel che di convenzionale traspare dall’utilizzo della macchina da presa ha di certo un contaltare più luminoso, e lo ritroviamo sia nella direzione degli attori che nella perizia storiografica delle ricostruzioni giuridiche.

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Sacco e Vanzetti davanti ai testimoni della rapina di South Braintree

I ruoli principali, affidati a Ciucciolla e Volontè, sono interpretazioni solide e pregne di drammaticità, e anche grazie alla complessità della sceneggiatura e a una sapiente distribuzione del pathos, riescono ad apparire tragiche senza tuttavia sfociare in un blando patetismo. Quelle di Sacco e Vanzetti sono le storie di due uomini che fungono da agnelli sacrificali per testare la linea dura di un governo terrorizzato dai movimenti di massa, l’epopea della coercizione di Stato opposta alle libertà dei singoli cittadini.

Per quanto concerne le ricostruzioni storiografiche, invece, è proprio grazie a queste ultime che “Sacco e Vanzetti” può considerarsi un film d’avanguardia. Il meticoloso recupero delle testimonianze, degli incidenti probatori, dei test balistici e delle dichiarazioni di avvocati e testimoni, infatti, ha permesso alla pellicola di acquistare valore anche fuori dai cinema. Tali interventi si sono perciò rivelati fondamentali perché sei anni dopo si verificasse la definitiva riabilitazione dei due anarchici giustiziati, e a sostegno di ciò, riportiamo un solenne proclama del 1977 per bocca dell’allora governatore del Massachussetts Michael Dukakis (futuro avversario di Bush padre alla presidenza USA).

Esso attestava, a cinquant’anni dall’esecuzione:

“Io dichiaro che ogni stigma e ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti”

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Corteo londinese a sostegno di Sacco e Vanzetti (1921)

Concludendo, è utile infine sottolineare come in realtà – e specie durante i due climax della pellicola – Montaldo ricorra non solo a cine-documenti d’epoca relativi alla contemporaneità del processo a Sacco e Vanzetti, ma anche a filmati che interessano eventi polizieschi esterni alla storia, quali cariche dell’esercito britannico in India o della polizia di Weimar in Germania, a dimostrazione del fatto che il potere –  quando esercita la forza contro i propri cittadini – è uguale dappertutto.

Antonio Amodio