Mario Monicelli, un gigante piccolo piccolo

Quando guardiamo un film di Mario Monicelli, qualcosa di scomodo si fa subito strada nei nostri cuori: un sentimento greve, un nodo di piombo e ironia che cresce maligno al centro del petto, pronto però a commuoverci con la disarmante dolcezza di una risata.

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Marcello Mastroianni e Mario Monicelli sul set de “I soliti ignoti” (1958)

E’ un magnifico paradosso – a pensarci bene – la tragica bellezza che gli uomini mostrano nella commedia della Vita, e che solo Monicelli ha saputo catturare su pellicola. A sei anni dalla sua scomparsa, la nostalgia del maestro fa ancora rumore, fa rumore come gli zoccoli del cavallo di Brancaleone,  come le ciance di quelli che famo er golpe in “Vogliamo i colonnelli” (1973) o come le supercazzole del conte Mascetti, e questo rumore è un’eco dentro una stanza vuota, l’eco di lui che era un burbero dal cuore d’oro.

In un paese che sforna decine di commedie all’anno – plagiate e blande nella peggiore delle ipotesi, o campionesse al botteghino quando scoppiano d’ignIoranza – l’eco di Monicelli è lì a ricordarci che a volte i sorrisi sono soltanto bronci capovolti, e che la bellezza di una tragicommedia sta proprio nelle contraddizioni dei suoi personaggi.

Per fortuna – e soprattutto grazie a una personalissima antropologia drammatica (rimasta al passo coi tempi per tutta la durata della sua parabola di regista) – Monicelli è riuscito a fissare su pellicola la pavida audacia di un’Italia nazional-popolare pronta a tuffarsi nell’era dei consumi, ma al tempo stesso timorosa di lasciarsi alle spalle il proprio, rassicurante provincialismo.

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Mario Monicelli alla 66esima Mostra del Cinema di Venezia (2009)

E’ infatti attraverso i filtri della malinconia e del ridicolo che assistiamo alla genesi di un cosmo fatto di piccole e grandi odissee quotidiane, di tabaccherie ed eroi da scrivania, uomini e donne pronti a tutto pur di comprarsi un frigo nuovo e restare così tenacemente aggrappati al loro minuscolo middle-class Eden, proprio come fa Giovanni Vivaldi, il protagonista de “Un borghese piccolo piccolo” – prodotto nel tumultuoso 1977.

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Locandina de “Un borghese piccolo piccolo” (1977)

Tratto dal romanzo omonimo di Vincenzo Cerami, pubblicato nel 1976, il film descrive la tranquilla e ordinaria esistenza di Giovanni Vivaldi (interpretato da un Alberto Sordi tragicamente puro), un impiegato pubblico costantemente confinato alla sua scrivania e sommerso (come i suoi colleghi mai inquadrati) da pile e pile di faldoni.

Giovanni è un uomo semplice, ha un matrimonio mediocre e un figlio – Mario (Vincenzo Crocitti) – che vorrebbe vedere sistemato proprio nel ministero dove lavora da più di trent’anni.
Mario, dal canto suo, non sembra particolarmente capace in nulla.
Si è diplomato a fatica come ragioniere e la dattilografia è la cosa più complicata che riesce a gestire. Senza darsi per vinto Giovanni si costringe a qualsiasi sacrificio pur di aiutare il suo unico figlio a superare il concorso pubblico, rivolgendosi persino alla Massoneria.

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Giovanni (Alberto Sordi) e Mario (Vincenzo Crocitti) in una scena del film (1977)

La vita di Giovanni viene però travolta da una disgrazia che nemmeno la sua tenacia di padre era riuscita a prevedere. All’improvviso, e proprio il giorno del concorso, Mario rimane ucciso durante una rapina in banca.

A quel punto, nonostante la pensione pronta e l’incessante lavoro della polizia sul caso della rapina, Giovanni arriva a contatto con l’indifferenza del Sistema che lo circonda.

La periferia romana, esaltata mediante un utilizzo strumentale dei campi lunghi e dei toni grigio-bluastri, diviene il correlativo oggettivo della trasformazione psicologica sua – e per traslazione – dell’italiano medio. All’interno della storia, le battute si fanno sempre più rade, più spente, così come iniziano a divenire scostanti i personaggi di contorno.

Giovanni rimane perciò isolato, senza un figlio e con una moglie paralizzata dal dolore, tradito da quel mondo in cui aveva creduto e di cui aveva sempre sostenuto i valori.
Autostrade vuote, cartacce, mobili di pessimo gusto ed elettrodomestici guasti,
fino al figlio prediletto gettato in un magazzino dove le bare vengono stipate a caso sugli scaffali, col passar del tempo ogni elemento dello scenario filmico (sia umano che non) smarrisce colore e dignità, persino il suo protagonista.

Stanco di subire le avversità della Sorte, Vivaldi decide di pedinare l’assassino di Mario (che aveva riconosciuto durante un confronto all’americana) e di farsi giustizia da solo.

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Giovanni tortura l’assassino di Mario

Il sequestro dell’assassino di Mario è un punto di non ritorno, non soltanto all’interno del film, ma anche nella poetica comica di Monicelli e dell’intera commedia italiana del periodo, una resa simbolica, una disfatta.

La vittima – quasi senza soluzione di continuità – si trasforma in carnefice, riflettendo l’evoluzione di un mondo post-moderno dove le differenze sociali e gerarchiche di un tempo (fra malviventi e gente perbene) non possiedono più alcun significato.

Monicelli – stando a ciò che Sordi aveva raccontato a Oreste Del Buono durante un’intervista a L’Europeo, nell’aprile del ’77 – aveva definito il film “una pietra tombale sulla commedia all’italiana“.

Giunto infatti alla consapevolezza del fatto che sbeffeggiare e ridicolizzare i vizi degli italiani sarebbe stato più un atto indiretto di simpatia e fiducia che di rinnovamento etico, in “Un borghese piccolo piccolo” Monicelli getta la spugna di fronte al personaggio di Giovanni, affermando che è ormai diffusa una “irrappresentabilità degli italiani, per perdita irreversibile di tutti i caratteri positivi”. In sostanza – sosterrà a tal proposito il critico Gian Piero Brunetta – non c’è più nulla da sperare.

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La morte di Mario

E della speranza, come concetto in senso lato, si lamenterà in vecchiaia lo stesso regista.
Lapidarie erano state le sue parole – poi riportate postume sul n.67 della rivista I duellanti.

“Siamo senza speranza. L’aveva già spiegato Pasolini: la speranza è una trappola, usata dal potente politico e religioso per ingabbiare i poveretti, con promesse di futuro benessere o di paradisiaci aldilà. Non c’è alcuna speranza di riscatto per il Paese. Il vero problema non è tanto la classe politica, che è una minoranza, ma questa generazione, che manda giù tutto senza protesta, cullandosi sulle promesse. È tutta una generazione che va cambiata, anzi rigenerata con urgenza.”

Che ci sia o non ci sia speranza, tuttavia, la questione lascia il tempo che trova.
E il perché è semplice: Mario Monicelli era un cinico, ma non un pessimista.

Per lui, come uomo prima che come regista, a fare la differenza era la volontà, lo spirito col quale ognuno di noi è costretto a fronteggiare le avversità.
Se vogliamo davvero essere felici, non c’è malattia o disgrazia che tenga.

“Muoiono soltanto gli stronzi.” (cit.)

Antonio Amodio