“La chiave”, analisi di un tradimento

Fra erotismo e pornografia corre un confine sottile.

Violare tale limite – in Italia – ha sempre innescato trappole pericolose.
In principio erano le critiche di chi ben pensava, poi il secondo giorno – e tutti gli altri giorni – ecco sopraggiungere le iene della Censura a mangiarsi le pellicole altrui.

Dall’Ultimo Tango di Bertolucci (in cui venne eliminato un orgasmo non simulato di Maria Schneider) all’infernale Salò di Pasolini, numerosi sono stati i film che hanno sperimentato i feroci tagli imposti dagli organi di controllo, specie quando portavano sullo schermo quella familiare ma scomoda presenza chiamata Sesso.

Lungi dall’essere un’anomalia da correggere, tuttavia, il fascino per il Proibito e la carnalità è stato una costante che ha attraversato ogni storia e cultura umana sin dai mitici tempi dell’Eden, producendo opere quali l’Ars Amatoria o il Kamasutra.

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Jack Vettriano, “Along came a spider” (Olio su tela, 50×60 – 2004)

Erano in molti a saperlo nel nostro ambiente cinematografico, ma nessuno di loro si è rivelato stato abbastanza abile da restare a cavallo di quell’affilato confine fra erotismo e pornografia di cui si accennava all’inizio, tagliente come un rasoio.

Per incapacità o consapevole scelta (non è dato saperlo), i vari Joe D’Amato e Giorgio Mille avevano deciso di dedicarsi al porno, di fatto rinunciando alle infinite possibilità sperimentali offerte da un serio approccio artistico all’erotismo.

A sorpresa, fra questi “traditori” dell’Eros potremmo includere Tinto Brass.

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Tinto Brass, Helen Mirren e Malcolm McDowell sul set di “Io, Caligola” (1979)

Brass (almeno fino all’83) è stato forse uno dei registi più all’avanguardia del panorama italiano.

La sua personale esperienza nel cinema era iniziata proprio a contatto con una delle ultime avanguardie storiche del Novecento, la Nouvelle Vague (conosciuta e apprezzata durante il biennio da lui trascorso come archivista alla Cinémathèque di Parigi).

La formazione di Brass, inoltre, era maturata al fianco di rinomati directors nostrani quali Roberto Rossellini e Luigi Comencini, inizialmente carica di una missione “sociale” che aveva poco a che fare con l’erotismo. Nel 1969 – in seguito alla proiezione del suo “Nerosubianco” negli USA – Brass era stato persino contattato dalla Paramount Pictures per occuparsi della trasposizione di “Arancia Meccanica, perdendo però l’incarico poiché deciso a sistemare la versione statunitense de “L’urlo” (uscito in Italia nel ’68, ma distribuito negli States solo nel 1970).

Nerosubianco – sebbene precedente – è un lavoro che per affinità concettuale e tematica può essere avvicinato ai film che il regista ha poi girato a cavallo fra il ’71 e il ’79.
E’ infatti entro quest’arco temporale che Tinto Brass decide consapevolmente di dedicarsi all’erotismo, arrivando ad elaborarne una vera e propria poetica nel 1983, quando nei cinema arriva La chiave.

E’ proprio “La chiave” a condensare in un solo, irripetibile istante, tutte le promesse, le potenzialità e in ultimo il “tradimento” di Tinto Brass nei confronti del cinema erotico.
Vediamo insieme il perché.

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Locandina de “La chiave” (1983)

Tratto dal romanzo dello scrittore giapponese Jun’ichiro Tanizaki, il film (uno dei pochi a non sfruttare un soggetto ideato dallo stesso Brass) narra la storia dei coniugi Rolfe, Teresa e Nino, intrappolati in un matrimonio che è affossato dalla stanchezza e dalla routine. Sullo sfondo di una Venezia – e un’Italia – prossimi allo scoppio della seconda guerra mondiale, i due tentano di ritrovare la passione e Nino, disperato, decide di scrivere un diario in cui confessa alla moglie le proprie fantasie, facendo in modo che lei trovi la chiave del cassetto in cui è nascosto il quadernetto. Teresa, per caso, trova sia la chiave che il diario, finendo per scriverne uno anche lei, proprio come il marito. A quel punto, fra i due si instaura un torbido e perverso dialogo tramite quegli stessi diari, dialogo che si trasforma in una nuova e più forte intesa sessuale.

La chiave, attraverso un meccanismo narrativo che ricarca in senso erotico le dinamiche dello “Scrivimi fermo posta” di Ernst Lubitsch (curiosamente dello stesso anno in cui si svolgono le vicende del film di Brass), definisce tutte le tematiche che nei successivi lavori del regista milanese diverranno, purtroppo, luoghi comuni, piuttosto che stilemi.

Primo fra tutti, il tradimento femminile come afrodisiaco di coppia – vero motore della trama. Teresa, infatti, torna ad eccitare il marito solo grazie alla tresca – prima immaginata, poi consumata – con Laszlo, fidanzato della figlia Lisa.
In secondo luogo, compare l’interesse di Brass nel localizzare le sue storie in Veneto.
Anziché assumere respiro nazionale, le voglie, i capricci e i tabù degli italiani sembrano passare tutti per Vicenza, Verona o Venezia, quasi a significare che la sessualità stessa del nostro paese altro non sia che una provincialissima questione affatto scabrosa.
Terzo, la nudità integrale degli attori – per quanto esplicita – resta sempre al di qua del confine con la pornografia, certamente non per paura, ma per consapevolezza.
Che necessità ci sarebbe, infatti, nel mostrare più di quel che basta a eccitare?
Serve poco per stuzzicare la fantasia, come dimostrano i silenzi e le reticenze dei coniugi Rolfe che – pur sapendo – non accennano mai ai loro rispettivi diari.

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Laszlo (Franco Branciaroli) e Teresa (Stefania Sandrelli) in una scena de “La chiave” (1983)

Tinto Brass – che nel 1983 aveva sfidato, ricattato e stuzzicato le fantasie e i pregiudizi sessuali degli italiani – era un regista a cui sicuramente non mancava l’acume per indagare ancor più a fondo nello sconfinato universo della libido nazionale, fatta di ossessioni e segreti inconfessabili. Purtroppo, anche lui oltrepassando il confine, ha tradito le potenzialità stesse del suo cinema per abbandonarsi a uno sterile voyeurismo.
Dopo il 1983 – e fino a “Monamour” del 2005 – la cinematografia di Brass è rimasta dietro il buco della serratura. Lentamente, e in modo inesorabile, le trame sono diventate più semplici, i dialoghi più banali, gli atteggiamenti più burleschi, le inquadrature più sciatte e ogni scena un pretesto per indugiare su corpi e giarrettiere.

Quello di Brass è stato un tradimento del cinema erotico in senso pornografico, un’apologia del dettaglio e della banalità a scapito di una rivalutazione promettente e sincera della sessualità al cinema.

Dopo “La chiave“, solo sesso.
Senza amore.

Antonio Amodio