Il “Mondo cane” di Gualtiero Iacopetti

“Tutte le scene che vedrete in questo film sono vere e sempre riprese dal vero. Se spesso saranno scene amare è perché molte cose sono amare su questa terra. D’altronde, il dovere del cronista non è quello di addolcire la verità, ma di riferirla obbiettivamente.”

Questa lapidaria affermazione altro non è che l’incipit di “Mondo cane“, film diretto nel 1962 da Gualtiero Iacopetti – documentarista, regista e giornalista italiano.
Nonostante alcuni precedenti meno chiacchierati – quali Europa di notte (1958) di Alessandro Blasetti o La stregoneria attraverso i secoli (1922) di Christensen – la pellicola di Jacopetti viene considerata dalla critica la capostipite dei cosiddetti mondo movies.

                              Ma cosa sono i mondo movies?

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I mondo movies compongono un sottogenere cinematografico che, all’epoca della sua comparsa, univa gli aspetti più oscuri e tetri del documentario alla carnografia visiva dell’exploitation.
Inquadrati in questi termini, sembrerebbe che film del genere siano destinati al purgatorio dei b-movies, ma in realtà – e proprio grazie alla loro faziosa pretesa di raccontare la “verità” – alcuni di essi riuscirono a catturare sia il grande pubblico nazionale che quello d’oltreoceano. Riz Ortolani ad esempio, compositore del tema di Mondo cane, verrà infatti candidato al Premio Oscar 1963 per il miglior tema (con la canzone Ti guarderò nel cuore), mentre al 15esimo Festival di Cannes l’opera riceverà il premio alla miglior produzione.

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Poster americano di “Mondo Cane” (1962)

Per quanto potente appaia alle platee l’intenzione di essere genuini e veritieri, tuttavia, i mondos mostrano ben poco di reale. L’interesse “antropologico” per il materiale montato, infatti, è totalmente subordinato alla voglia di stupire e scioccare gli spettatori con immagini bizzarre (nella migliore delle ipotesi) o addirittura truculente.

E’ quindi facile passare con disinvoltura dalle Isole Trobriand – dove le donne vanno “a caccia” dei partner perché use alla poliandria – ai pulcini colorati e “cotti” nei mercati romani, passando per le cliniche dimagranti e i cimiteri per animali degli Stati Uniti.

In alcune sequenze la messinscena è palese, come nel caso della primissima scena, quella della cerimonia dedicata a Rodolfo Valentino, nella città di Castellaneta, mentre in altre è proprio la realtà ad essere fin troppo invasiva (la festa tribale in Nuova Guinea, con annesso massacro collettivo di maiali a scopo rituale, lo dimostra bene).

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Gualtiero Iacopetti e Monica Vitti (1960)

La prima differenza fra i mockumentaries (falsi documentari) e i mondo movies è proprio questa: non si tratta di falsare soltanto le vicende (perché la finzione in realtà è un espediente), ma di colpire alla pancia di chi guarda. La seconda, invece, sta nella quasi totale mancanza di collegamento concettuale fra le parti che compongono il collage.

Jacopetti – per certi versi – è stato un pioniere involontario.

Se è vero infatti che il suo interesse verso la storia e l’antropologia è stato sincero in moltissimi casi – e a volte, come in di Africa addio (1966), quasi ingenuo – è altrettanto vero che gli sviluppi della sua carriera cinematografica hanno posto le basi per la genesi del cinema gore e del filone esotico-cannibalistico.

Alcuni registi a lui coevi, quali il celebre Monsieur Cannibal Ruggero Deodato – lo prenderanno a ispirazione e ne estremizzeranno gli stilemi più truci e sanguinolenti. L’influenza di Jacopetti, attraverso il filtro dell’esotismo, arriverà persino a plasmare il cinema erotico italiano quattordici anni dopo, come si potrà facilmente notare guardando Emmanuelle Nera – Orient reportage (1976) di Joe D’Amato.

Antonio Amodio