“Giù la testa, coglione”: il popolo, la Rivoluzione e il West secondo Sergio Leone

“La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza […] La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra.”

Così Mao Tse-Tung definiva il fenomeno della rivoluzione nel suo celebre “Libretto rosso“, e non è un caso che la medesima frase appaia prepotente all’inizio di “Giù la testa, ambientato in un caliginoso Messico nel pieno degli sconvolgimenti seguiti all’assassinio di Indalecio Madero da parte di Victoriano Huerta.

Escludendo “C’era una volta in America” del 1984 – personale chimera leoniana la cui lavorazione si è protratta per quasi un decennio – Giù la testa” è stata senz’altro una delle pellicole più travagliate del regista romano, non solo per le tematiche affrontate.

Una prima menzione riguarda la costruzione del cast, sia artistico che tecnico.
In principio, lo stesso Leone era stato in forse, che pur di dedicarsi al progetto con Robert De Niro e James Woods avrebbe preferito affidare la direzione del film ad altri registi: su tutti Peter Bogdanovich (scartato per “incompatibilità caratteriali”) e Sam Peckinpah, che però venne a sorpresa rifiutato dai due attori protagonisti – James Coburn e Rod Steiger.

Per quel che concerne gli attori, invece, Steiger in primis si era rivelato una sorta di “seme della discordia” fra Leone ed Eli Wallach. Il director, infatti, aveva scartato il suo “brutto” Wallach perché Steiger – giusto tre anni addietro – si era aggiudicato l’Oscar al miglior attore protagonista per “La calda notte dell’ispettore Tibbs” (1967). Coburn, inoltre, come il suo collega, aveva acconsentito a ridursi il cachet, ma patto che a girare il lungometraggio fosse Leone in persona.

 

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Il peone Juan Miranda (Rod Steiger) e il rivoluzionario dell’IRA Mallory (James Coburn)

I temi di “Giù la testa (noto anche col titolo di “Per un pugno di dinamite“, ndr) a prima vista apparirebbero prettamente politici, ma in realtà – e per ammissione dello stesso Sergio Leone – l’impianto del film è molto più complesso. Nucleo fondamentale della pellicola, infatti, è prima di tutto lo Spettacolo. O come lo definirebbe il regista – il Mito.

Il cinema deve essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole. E per me lo spettacolo più bello è quello del mito. Il cinema è mito. Poi, dietro questo spettacolo, si può suggerire tutto quello che si vuole: attualità, politica, critica sociale, ideologia. Ma bisogna farlo senza imporre, senza prevaricare, senza obbligare la gente a subire. C’è lo spettacolo e poi, in seconda battuta, se uno vuole può anche trovare la riflessione.”

E dunque è il carattere eroico della narrazione, e la sua evoluzione drammatica nel solco della spettacolarità, a rendere Giù la testa un prodotto irripetibile all’interno della parabola artistica di Sergio Leone. Come dimostra l’attenta costruzione del personaggio di Sean Mallory (interpretato da Coburn) – che entra ed esce di scena grazie alle deflagrazioni della dinamite – la forza dello spettacolo prevale quasi sempre sull’aspetto ideologico della pellicola, sia che esso compaia attraverso minime citazioni (ad esempio quelle al Patriottismo di Bakunin) sia attraverso interi topoi, qual è appunto la rivoluzione.

 

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Una scena tratta dal film: Mallory fa esplodere un carro con la dinamite

E in che cornice “fisica” si muove un simile tipo di spettacolarità?
Ovviamente entro i canoni della geografia leoniana, una particolarissima costruzione del mondo che – paradossalmente – riesce a dilatare spazio e tempo, cristallizzandone l’azione, persino in circostanze che sullo sfondo vedono in atto una trasformazione violenta dello stato e della società, la rivoluzione messicana.

Ma se il West di Leone – che in questo caso è Sud – rimane immutato e sempre capace di sublimare la violenza verso altri piani dell’esistenza (diversamente da quanto accade ne “Il mucchio selvaggio” di Sam Peckinpah), non cambierà neppure il resto della poetica?
Non del tutto.
La folla – collettività rimasta sempre all’ombra degli eroi solitari leoniani – questa volta assume un ruolo determinante grazie ad un interessante stratagemma.

 

 

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Juan Miranda (Rod Steiger) arringa i rivoluzionari

In “Giù la testa” – curiosamente – il popolo compare quasi sempre per sineddoche.
Che si tratti di un gruppetto di prigionieri politici o di povere famiglie di peones, è sempre “una” parte del “tutto” ad assumere rilevanza semantica. Escludendo pochissime scene (quella fuori dalla banca di Mesa Verde, ad esempio, con la folla festante) sono cerchie ristrette di persone a simboleggiare le ingiustizie subite dalle persone vicine a Miranda e Mallory (i protagonisti). Ciò che inoltre rende più significativa la figura retorica in questione è senza dubbio il disinteresse nutrito dal personaggio di Steiger (Juan Miranda) nei confronti di qualsiasi movimento di sommossa popolare – e che per vie traverse arriverà a sostenere.

Io ci sono cresciuto in mezzo alle rivoluzioni” dirà Miranda al compare irlandese “Io so benissimo cosa sono e come cominciano: c’è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice: – oh, oh, è venuto il momento di cambiare tutto. Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: – qui ci vuole un cambiamento! – e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo, e parlano, parlano, e mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore non parlarmi più di rivoluzione… E porca troia, lo sai che succede dopo? Niente! Tutto torna come prima.

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Un aforisma del regista Sergio Leone (cr. AZ Quotes)

L’ultima questione che vale la pena affrontare, in seno a quella tribolazione cinematografica che è stata “Giù la testa”, interessa la post-produzione del film.

Proprio come “Il buono, il brutto e il cattivo” (1966) e “C’era una volta il West” (1968), anche il film del ’71 venne rimaneggiato – e male – in sede di final cut. Dall’edizione definitiva di “Giù la testa“, infatti, mancano scene per un totale di circa quaranta minuti. Il film, per come l’aveva pensato Leone, tutt’oggi non è mai stato proiettato (nonostante l’indubbia qualità dei recenti restauri ad opera della Cineteca di Bologna).
Sarebbe molto interessante riuscire ad analizzare il film secondo la concezione originale del regista, ma i problemi che riguardano il recupero e la ristampa di una tale quantità di materiale appaiono insormontabili.

Però chissà, la speranza è sempre l’ultima a morire.

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Il finale del film, con titolo a schermo

Antonio Amodio