Ricordi di piombo: “Il portiere di notte”

Ogni animale senziente è dotato di memoria, la facoltà che gli permette di fare esperienza dei propri errori, migrare o ritrovare la strada di casa. Negli esseri umani, tuttavia, essa subisce gli influssi di complessi meccanismi quali rimozione e fallacia mnemonica, spesso collegati all’elaborazione o alla soppressione di traumi.

memento-nolan-maxw-1200
Christopher Nolan (a sinistra) e Guy Pearce (a destra) sul set di “Memento” (2000)

Il cinema estero – da Alfred Hitchcock (con “Il sipario strappato” del 1966) a Christopher Nolan (con “Memento” del 2000) – è stato più volte interessato da esperimenti filmici concernenti il tema del ricordo e della memoria, prove che hanno sviluppato soprattutto innovativi approcci al montaggio.

In Italia, invece, una delle personalità artistiche che si è dedicata all’argomento è stata la regista Liliana Cavani, che nel 1973 – dopo aver a lungo combattuto contro le maglie della Censura – riuscì a portare in sala “Il portiere di notte“, un’opera che tutt’oggi continua a spaccare in due tanto le platee quanto la critica.

123
Locandina Criterion Collection de “Il portiere di notte” (1973)

Ambientate nella Vienna post-bellica del 1957, le vicende hanno come protagonista il portiere di un albergo della capitale, Max Aldorfer (interpretato da Dirk Bogarde).
Il suo luogo di lavoro, oltre ad essere un hotel di lusso, è però anche un covo di criminali ancora fedeli al decaduto Terzo Reich.

All’interno dell’edificio, seguendo fedelmente l’iter degli Alleati a Norimberga, gli attempati ex-nazisti, e con loro il portiere Max, preparano dei processi-prova in vista di un’eventuale cattura. Ognuno di loro, lavorando sulla memoria, sulle prove e sui testimoni, mira a sdradicare da sé il senso di colpa e l’empatia verso le precedenti vittime del sistema hitleriano.

L’obiettivo finale è la totale simulazione dell’innocenza.

Le cose si complicano quando Lucia (interpretata da Charlotte Rampling) – sopravvissuta all’Olocausto e sposata con un direttore d’orchestra americano – pernotta nell’albergo di Max e lo riconosce. Il portiere di notte altri non è che il suo vecchio torturatore.

E’ proprio a quel punto che – in una continua tensione tra i poli di Eros e Thànatosi due intrecciano una relazione che si nutre di memorie, dolore fisico, abusi e giochi mentali.
La storia di Lucia e del suo aguzzino torna a ricalcare il modello padrone-schiava che vigeva durante la permanenza della donna nel campo di concentramento, sebbene lei abbia ora la possibilità di denunciare Max (e tutti i complici) alle autorità austriache.

portiere_di_notte
Il flashback clou del film: Lucia balla nel bistrot dei nazisti

L’elemento di maggior impatto all’interno della struttura tematica de “Il portiere di notteè senz’altro la memoria, e con essa i ricordi dei protagonisti.

Sullo sfondo di una Vienna livida, decadente e ferma in un limbo, le dinamiche di perenne riscrittura mnemonica non solo della Storia (gli orrori dell’Olocausto e della Seconda Guerra Mondiale), ma anche delle singole memorie personali (quelle di Lucia e Max in primis), contribuiscono a falsare le percezioni di tutti i personaggi. Corrodendosi i punti di riferimento affettivi e spaziali, la malvagità degli aguzzini di un tempo si trasforma così in amore, la paura in premura, il sadismo in erotismo.

E la Storia con la S maiuscola, infine, si costringe a girare in tondo in un eterno “testa o croce”, finché (proprio come nel finale della pellicola, con Max e Lucia che escono dall’albergo tenendosi per mano – lui in divisa) essa stessa non “atterra di taglio”, bloccandosi in una dimensione paradossale. Perché quale modo migliore per la rimozione freudiana di agire se non ribaltando completamente la natura del trauma?

cover1300.jpg
Max (Dirk Bogarde) annusa la pelle di Lucia (Charlotte Rampling)

 

Antonio Amodio