Un’utopia firmata Erik Gandini: la teoria svedese dell’amore

Nel 1972, il primo ministro Olof Palme e l’allora partito di maggioranza svedese – la compagine socialdemocratica – delinearono un pragmatico manifesto che descriveva per filo e per segno la cosiddetta “famiglia del futuro“. Essa avrebbe dovuto agire entro le larghe maglie di un sistema socioassistenziale organizzato alla perfezione, il cui unico fine era assicurare ad ogni cittadino la propria, assoluta indipendenza.

Tale teoria, ribattezzata la “teoria svedese dell’amore” influenzava principalmente i rapporti umani: secondo i sociologhi e gli antropologi, infatti, una sana relazione interpersonale – libera da condizionamenti economici e psicologici – avrebbe dovuto basarsi sulla sostanziale indipendenza delle persone che la compongono.

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Locandina de “La teoria svedese dell’amore” (2015)

Nel film di Erik Gandini (regista italiano naturalizzato svedese), la Svezia appare inizialmente come una sorta di terra promessa, tale e quale alla Germania che nell’opinione comune di molti italiani rappresenta una sorta di super-nazione dalla burocrazia perfettamente funzionante e priva di corruzione.

Tale utopia, ad ogni modo, nasconde i suoi lati oscuri.

In Svezia, infatti, nonostante i bambini e gli adolescenti abbiano moltissimi diritti e una notevole tutela sociale, non tardano a trasformarsi poi in coppie che, pur vivendo la loro relazione volontariamente e senza obblighi, stentano a stringere un rapporto più solido.

Di conseguenza, gli anziani – che non dipendono più dalla generosità di quei loro figli che ormai lavorano per se stessi – conducono una vita isolata. Di questa popolazione, metà di essa vive da sola e un altro quarto muore senza i conforti dei familiari.

Il governo, per ovviare al problema delle “morti solitarie” è dovuto persino ricorrere ad un’agenzia che investiga sulle circostanze delle varie dipartite, preoccupandosi di rintracciare – quando possibile – i parenti prossimi dei deceduti (come accade nel lungometraggio del regista Uberto Pasolini, ambientato in Inghilterra, dal titolo “Still Life“). Parecchi di questi anziani trapassano dimenticati da tutti, ognuno di loro chiuso nel rispettivo alloggio.

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Una scena tratta dal documentario: la comune nei boschi

Molte donne, inoltre, scelgono di vivere da single e preferiscono raggiungere la maternità tramite inseminazione artificiale piuttosto che attraverso le relazioni amorose, ricorrendo dunque non di rado alle banche del seme – materiale biologico donato da anonimi partner scelti su Internet.

A questo freddo modello e filtro sociale che definisce le relazioni interpersonali in modo fin troppo scientifico e disumanizzante – alimentando l’individualismo a scapito della condivisione di coppia – Gandini oppone la vita extra-sociale di alcuni ragazzi svedesi che volontariamente si allontanano nei boschi per creare da zero, attraverso attività di campeggio, un modello di vita comunitaria in cui possono sentirsi liberi di ri-scoprire all’aria aperta sia il contatto fra esseri umani che il rapporto fra uomo e natura. In tal modo, mirano a prendersi cura gli uni degli altri, in modo nuovo e disinteressato.

Antonio Amodio