Senza scampo: Matteo Garrone e “L’imbalsamatore”

Il primo maggio del 1990 i cronisti di nera (qui l’articolo originale di Repubblica, nda) riportano il resoconto dell’ennesimo interrogatorio riguardante la tetra vicenda del “Nano della stazione Termini“, alias Domenico Semeraro – un tassidermista 44enne il cui cadavere era stato ritrovato in una discarica abusiva sulla Prenestina, chiuso dentro un sacco.

Dodici anni dopo i fatti del delitto Semeraro, Matteo Garrone (assieme a Ugo Chiti e Massimo Gaudioso) si è lasciato ispirare dal caso per ideare il soggetto de “L’imbalsamatore” prodotto e distribuito nel 2002. Garrone – come molti altri cineasti prima di lui – è approdato al cinema per vie traverse. Parlando con gli alunni della BioSchool di Bologna nel 2015, aveva infatti dichiarato di essersi avvicinato al mondo dell’arte attraverso la pittura.

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Una delle vedute del Villaggio Coppola (Castel Volturno, CA) all’interno del film

E la fotografia de “L’imbalsamatore” ne è una prova sicuramente solida.
La palette cromatica della pellicola, che si muove agilmente attraverso i colori soprattutto freddi, è un trionfo di grigi lividi, neri profondi e azzurri spenti. Il tutto, poi, rende ancora più preziosi i campi lunghi che ritraggono i desolati scorci del villaggio Coppola – piccola cittadina del litorale campano, celebre esempio di abusivismo edilizio su larga scala – o della Pianura Padana, colma di nebbia e priva di ogni riferimento.

L’intreccio narrativo – una storia d’amore, morte e orrore vissuta attraverso il filtro del grottesco e, a volte, persino del fantastico – procede lungo i binari dell’evasione, un bisogno che tutti e tre i protagonisti della pellicola (da Peppino Profeta, l’imbalsamatore, a Valerio e Deborah, i due fidanzati che capitano nella sua vita per caso) avvertono come intimo motore delle proprie azioni drammatiche.

Peppino (Ernesto Mahieux), abile tassidermista, vive una vita da vittima. A richiedere i suoi favori è persino la Camorra, che lo ricatta imponendogli di infarcire di cocaina i cadaveri destinati alle sue cure. Nel mondo di Profeta però, fatto di oscurità e compromessi, piove Valerio (Valerio Foglia) – un ragazzo di bell’aspetto di cui Peppino si invaghisce. Valerio, tuttavia, è già fidanzato con Deborah (Elisabetta Rocchetti) e presto lo scomodo triangolo inizierà a scendere lungo una china pericolosa.

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Peppino (Ernesto Mahieux) e Valerio (Valerio Foglia) nel laboratorio tassidermico

Lentamente avvicinandosi ad un tragico epilogo, i fatti riescono a sfumare i netti contrasti fra vittime e carnefici, tra giusto e sbagliato, Bene e Male. In un mondo gelido come l’acciaio e intriso di una cattiveria sublime quanto l’Arte (la locandina stessa del film risente di richiami alla pittura del Caravaggio), “L’imbalsamatore” è l’opera che meglio delle altre evidenzia i crismi della maturità di Garrone, e che fonde in modo perfetto sia il gusto del regista per l’arte, sia il crudo ma vivace realismo che aveva animato i suoi primi documentari (dalla precaria vita delle prostitute nigeriane in “Terra di mezzo“, del 1996, a “Ospiti” del ’98, la storia di Gheni e Gherti, due immigrati albanesi di Roma).

Sul versante premi, il film – acclamato da pubblico e critica, e accompagnato dalle musiche della Banda Osiris – è riuscito a vincere 2 David di Donatello (per la Miglior sceneggiatura e il Miglior attore non protagonista) e infine 2 Nastri d’Argento (per il Miglior montaggio e il Miglior produttore).

L’imbalsamatore” può considerarsi uno dei film migliori mai diretti dal regista romano, se non il migliore. La prima inquadratura – una soggettiva vista attraverso lo sguardo di un marabout, volatile che si nutre di carogne – è già sintomo e simbolo dell’atmosfera di morte che pervade la pellicola. Bilanciando in maniera superba il mélo e la crime story, in ultimo, Garrone mostra un film sul connubio indissolubile fra Eros e Thànatos, un’opera che sembra immergersi in esistenze borderline, ma che in realtà ci pone di fronte al nostro orrore quotidiano.

Antonio Amodio