Un capolavoro a metà: Bernardo Bertolucci e “Il tè nel deserto”

Bernardo Bertolucci è da molti considerato uno dei registi italiani più influenti e amati di sempre. La sua è una fama riconosciuta sia in patria che all’estero – soprattutto negli USA, dove gli è stata dedicata una stella sulla celebre Hollywood Walk of Fame. Alcune delle opere di Bertolucci tuttavia, in particolare Novecento (1976) e Ultimo Tango a Parigi (1972), hanno portato con sé valanghe di scandali e problemi con gli organi di censura.

Ad ogni modo, oggi esploreremo a voi di AVANT-GARDE Italienne l’universo narrativo de “Il té nel deserto” (1990), una pellicola che – sebbene pecchi d’eccessi di pathos – rimane forse uno dei lavori maggiormente sottovalutati del regista parmigiano.

Il soggetto del film deriva dall’omonimo romanzo di Paul Bowles, uno dei volti meno conosciuti di quella beat generation che ha consacrato talenti quali Kerouac e Ginsberg.
Non solo, infatti, Bowles funge da voce narrante all’interno della storia, ma fornisce un solido ponte extra-testuale fra la Tangeri fittizia in cui si muovono gli attori protagonisti e quella reale in cui lui stesso aveva trascorso parte della propria vita, da lì animando gli spiriti ribelli dell’epoca, votati all’anti-occidentalismo.

Ambientata nel 1947, la pellicola si districa attraverso il lungo viaggio di due coniugi americani, Port (John Malkovich) e Kit Moresby (Debra Winger), decisi a esplorare il Marocco e di lì il deserto del Sahara. Con loro c’è George Tunner, segretamente innamorato di Kit, la moglie del suo migliore amico. L’avventura degli sposi – affatto decisi a tornare subito negli Stati Uniti, a differenza di Tunner – è tuttavia il triste contraltare del loro matrimonio fallito, ormai prossimo alla fine.

Per quanto il romanticismo (e forse la patetizzazione del topos del viaggio) di Bertolucci contribuiscano a diluire le già poetiche atmosfere della pellicola – esaltate dalla sublime fotografia di Vittorio Storaro e dal montaggio di Gabriella Cristiani – è proprio nell’ambito delle relazioni coniugali che emerge il primo, interessante parallelo fra l’ambiente e le vite dei personaggi. Il tempo di questi due minuscoli eroi borghesi, vuoto e omogeneo come il loro matrimonio, è dilatato e consumato dalla presenza di ogni possibile fattore di disturbo: il caldo, la libido di Tunner e più avanti persino dal morbo tifoide.

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Kit Porter (interpretato da John Malkovich) fra le strade di Tangeri – una scena del film

Dunque, piuttosto che costituire un’alternativa dinamica al declino della loro intimità, la traversata africana di Port e Kit si rivela una sorta di epitaffio consacrato dai crismi della morte. L’incomunicabilità che i due cercavano disperatamente di eliminare, infatti, diviene permanente a metà del film – con la dipartita di uno degli sposi.
A quel punto le vicende assumeranno una piega intimistica ancor più marcata, avviluppandosi attorno alla psiche del sopravvissuto, costretto ad affrontare una solitaria catàbasi per ritornare dal cuore del deserto alla città di partenza, Tangeri.

Entro la cornice de “Il tè nel deserto“, la grandezza di Bertolucci è rintracciabile nel gusto per l’epica degli eroi ordinari, che tuttavia non raggiunge il lustro registico di “Novecento” o de “Il conformista“. Per quanto, inoltre, condivida una certa tragicità con alcuni dei capolavori bertolucciani del passato, Il té nel deserto” non convince del tutto, cercando di affascinare lo spettatore più attraverso lo spettacolo visivo che lo scavo psicologico.

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Kit (interpretata da Debra Winger) e Port (John Malkovich) in una scena del film

La fotografia sontuosa e la colonna sonora mozzafiato, da sole, basterebbero a giustificare la visione della pellicola, ma la verità è che quest’opera di Bertolucci è una sorta di occasione mancata, forse apprezzabile solo dagli hard-core fans del regista di Parma.
La recitazione di Malkovich e della Winger è magistrale, per nulla sottotono e molto convincente, rappresentando un altro solido pilastro del lungometraggio e dando ulteriore credito all’ipotesi che l’attenzione di Bertolucci per l’aspetto prettamente registico appaia qui debole ed evanescente.

La critica ha bollato questo film come pretenzioso e poco incisivo. E non a torto.
Bertolucci, in effetti, fallisce nel rendere esemplare la vicenda di due sposi al capolinea, così come fallisce nel rendere risolutivo un finale che puzza di anti-climax, di “sospeso“.

Questi sono fatti, e paradossalmente gli stessi fatti che fanno di “Il té nel deserto” un capolavoro da guardare almeno una volta. Perchè? Perché il senso di incompiuto, di sbagliato e lo spettro dell’amarezza che soffiano su personaggi e spettatori come una brezza sahariana – a ben guardare – si possono definire involontario simbolo di una conclusione che in sé riassume tutte le sofferenze dei protagonisti.

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Debra Winger, John Malkovich e Bernardo Bertolucci sul set del film (1990)


La fine di un amore e il tradimento fanno proprio questo: il deserto.

E nessuna consolazione, per quanto emotivamente o visivamente dolce, può farci nulla.

Antonio Amodio