Marco Tullio Giordana e il “Romanzo di una strage” (di Stato)

La verità sui fatti di Piazza Fontana è ancora là fuori, ma ogni giorno diventa sempre più piccola e prima o poi sparirà del tutto, perché né documenti né memoria d’uomo riusciranno a riportarla indietro. Durante l’infinito iter di processi, fra Roma e Milano, moltissimi sono stati i condannati (Adriano Sofri di Lotta Continua per l’omicidio Calabresi, ad esempio) e altrettanti i prosciolti (Freda e Ventura di Ordine Nuovo).

Grazie al capolavoro “Romanzo di una strage” del 2012 (vincitore di 3 David di Donatello e 3 Nastri d’Argento), Marco Tullio Giordana prova a ricostruire il fil-rouge che collega vicendevolmente alcune delle pagine più buie dei cosiddetti Anni di piombo, un periodo già di per sé oscuro – dalla bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura al Golpe dell’Immacolata, passando per la morte dell’anarchico Pinelli e di Gian Giacomo Feltrinelli fino all’omicidio, nel 1972, del commissario di polizia Luigi Calabresi.

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Il commissario Calabresi (Valerio Mastrandrea) visita il luogo della strage, la Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana

L’opera del regista milanese – fra i titoli del cinema italiano contemporaneo – spicca per diversi aspetti. La prima menzion d’onore è riservata alla fotografia di Roberto Forza, già celebre per il suo impegno in “I cento passi” del 2000 (sempre diretto da Marco Tullio Giordana) e “La mafia uccide solo d’estate” di quattro anni fa (regia di Pif).

I colori della pellicola, fin dai primi istanti, esplorano diverse scale di grigio – dal piombo al cenere – lasciando che risalti soprattutto nelle scene a più alta carica drammatica. Il sapiente uso della luce, inoltre, è curato nei minimi particolari, garantendo effetti chiaroscurali che ben definiscono alcuni dei personaggi minori – soprattutto il principe nero Valerio Junio Borghese e gli uomini del SID – dipinti come le longae manus della strage, assieme agli spettri di Washington (che a detta di Saragat, nel film, “non è contento di come Moro sta gestendo la situazione in Italia“, nda) e della CIA.

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Il tragico interrogatorio all’anarchico Giuseppe Pinelli (Pierfrancesco Favino)

Più importante degli altri, infine, è il colore rosso: pur comparendo pochissimo, è utilizzato come contrappunto alla palette cromatica dominante ed è utilizzato sempre nelle scene più estreme e violente della pellicola (i cortei della sinistra extraparlamentare, l’uccisione di Antonio Annarumma e di Pinelli, la morte di Calabresi ecc.)

Il cast di punta, inoltre, contribuisce a rendere solida la vicenda. Tralasciando le performance piuttosto in ombra di alcuni comprimari, Laura Chiatti in primis, il resto delle star (in particolare Michela Cescon, che si era aggiudicata sia un Nastro d’Argento che un David di Donatello come Miglior Attrice non Protagonista) eccelle nel compito più difficile del film: valicare i limiti dell’agiografia che ha spesso – a volte anche letteralmente, come nel caso di Calabresi – trattato dei casi di Pinelli e Piazza Fontana.

Pinelli, Valpreda e la galassia anarchica – tanto quanto i cospiratori legati a Ordine Nuovo, ai Servizi deviati e allo Stato italiano – evocano un universo intimamente umano, dove fra i contrapposti poli dell’ideologia politica (Destra e Sinistra), Male e Bene vengono a diluirsi. Nessuno, né dall’una né dall’altra parte della barricata, si trova nella ragione. A contare, per quanto possibile, non è l’ideologia, ma gli ideali. Tutto è in perfetto equilibrio: l’etica lavorativa e l’abnegazione di Calabresi, parallela alla brutalità di una polizia favorevole alla linea dura (specie dopo l’estate infernale del 1969).

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Il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, interpretato da Omero Antonutti

La sincerità di Pinelli, morto mentre era in custodia, ma comunque legata alla lotta politica eterodossa, portata avanti con le bombe che non fanno morti, ma che sempre bombe rimangono. E infine, a legare a doppio filo vittime e carnefici, restano due grandi protagonisti: il silenzio e la sofferenza, specialmente il dolore di chi, come la moglie di Giuseppe Pinelli, non è mai riuscita ad avere giustizia. Vale la pena di ricordare, infine, l’interpretazione di Fabrizio Gifuni – che grazie alla sua recitazione riesce a restituirci un Aldo Moro convincente, nonché storicamente accurato.

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Aldo Moro (Fabrizio Gifuni) sale al Quirinale

Per quel che in ultimo concerne l’intreccio in sé, Marco Tullio Giordana si è liberamente ispirato al libro di Paolo Cucchiarelli intitolato “Il segreto di Piazza Fontana, all’interno del quale è propugnata – fra le numerose emerse durante le indagini – la tesi del doppio attentato. Pur non essendo questa fra le ipotesi più convincenti sul piano delle ricostruzioni storiche (molti degli stessi protagonisti “reali” di quegli anni, Adriano Sofri in primis, ne hanno contestato l’attendibilità), è di certo la migliore in termini di tensione narrativa.

La teoria proposta dal film è che una prima bomba di matrice anarchica – sistemata e nascosta per esplodere a banca chiusa, senza fare vittime – fosse stata affiancata a un secondo ordigno, progettato dai rivoluzionari neo-fascisti con il beneplacito dell’ “ala più oltranzista della NATO“, di modo che la Destra acquistasse potere e lo Stato emanasse leggi speciali per contenere i disordini civili in Italia.

Colto nel mezzo di questo fuoco incrociato politico, lo Stato italiano – pur non desiderando la morte di decine di innocenti – avrebbe optato per l’insabbiamento della strage, così da non alienarsi ulteriormente il rispetto e la deferenza del popolo.

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La bomba di piazza Fontana, così come è ricostruita nel film. Storicamente, la strage si verificò alle ore 16.37 del 12 dicembre 1969.

Paradigmatiche sono le parole del questore di Milano Marcello Guida, interpretato dall’attore napoletano Sergio Solli: “Casomai fosse andata così [la morte di Pinelli, nda], mai nessuno si fiderà più di una divisa.

Antonio Amodio