“Uomini contro”: gli orizzonti di gloria di Francesco Rosi

Alla fine maggio 1916, la mia brigata – reggimenti 399° e 400° – stava ancora sul Carso. Sin dall’inizio della guerra, essa aveva combattuto solo su quel fronte. Per noi, era ormai diventato insopportabile. Ogni palmo di terra ci ricordava un combattimento o la tomba di un compagno caduto. Non avevamo fatto altro che conquistare trincee, trincee e trincee. […] Trieste era sempre là, di fronte al golfo, alla stessa distanza, stanca.

Così recita l’incipit de “Un anno sull’altipiano“, il romanzo-memoriale scritto da Emilio Lussu – statista, militare e autore originario di Armungia, in Sardegna – che fedelmente riporta quanto avvenne sul fronte meridionale della Grande Guerra, mentre sulle alture attorno ad Asiago infuriavano i combattimenti fra il Regio Esercito Italiano e le truppe austro-ungariche.

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Emilio Lussu (1890-1975) durante un comizio del Partito d’Azione

Destinata ad essere dipinta come la più grande vittoria patriottica dopo le tre Guerre d’Indipendenza (e, per alcuni storiografi, come il “termine naturale” dei processi risorgimentali, grazie alla presa delle Terre Irredente), all’epoca dei fatti la Prima Guerra Mondiale altro non si rivelò che un carnaio a misura d’uomo, un Inferno dei vivi che sfidando ogni precedente aveva battezzato nel sangue la neonata società di massa.

Con un numero di perdite stimato fra i 15 e i 17 milioni di morti (se si escludono i decessi dovuti all’epidemia di Spagnola del 1918-1919, nda) il conflitto aveva precipitato in un’unica tragedia i risultati delle frizioni tra Capitale e Lavoro, fra vecchie forme di vita comunitaria e pressione politica dei nuovi stati burocratizzati, tra le ideologie di una politica di notabili e le forze rivoluzionarie del socialismo.

Utilizzando il romanzo di Lussu come soggetto, nel 1970 il regista napoletano Francesco Rosi (il cui palmarès conta – fra i numerosi premi – 11 David di Donatello, 2 Leoni d’Oro e la Palma d’Oro al Festival di Cannes del 1972 per “Il caso Mattei“) porta in sala “Uomini contro” – un’epopea di 101 minuti che, con maestria assoluta, riesce a traslare il vibrante e doloroso caos dell’Italia di inizio ‘900 dal livello macroscopico (le metropoli industriali del Nord e le campagne del Mezzogiorno) a quello microscopico di
un Carso dilaniato da reticolati e colpi di mortaio.

Girata sui monti dell’entroterra istriano, a pochi chilometri dalla città di Rijeka (la Fiume di dannunziana memoria) e in condizioni proibitive per attori ed operatori, la pellicola non concede nulla all’enfasi patriottica; nessuna esaltazione né del dovere né dei giovani contadini mandati al macello. Il ritratto delle vicende che viene restituito agli spettatori ha l’aura del film anti-autoritario definitivo, un’opera contro l’immagine retorica della guerra e contro tutte le guerre, di qualunque colore.

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Il sottotenente Sassu (interpretato da Mark Frechette) in una scena del film

Parlando di colori, prima ancora che dei drammi umani dei personaggi, a risaltare sin dalle scene iniziali di “Uomini contro” è la fotografia di Pasqualino De Santis (già Premio Oscar nel 1969 per il “Romeo e Giulietta” diretto da Franco Zeffirelli), che subito suggerisce tantissimo delle intenzioni narrative di Rosi.

Bastano pochi minuti, infatti, per comprendere che la palette del film punti ad annullare qualsiasi differenza cromatica non solo tra i soldati e l’ambiente circostante, ma anche tra i soldati italiani e gli austriaci. Immerse fino al ginocchio nel fango delle trincee e circondate dai fumi della cordite e della nebbia, le truppe impegnate nei combattimenti sembrano non avere nemici all’infuori di loro stesse.

E le cose, in fin dei conti, stanno proprio così: per tutta la durata della pellicola, se non in una singola scena di straordinario valore emotivo, i soldati asburgici non compariranno mai. L’unico colore onnipresente, oltre al grigio e al bianco degli altipiani carsici, sarà il verde oliva delle divise italiane.

Non esistono confini alla tragedia, né geografici né cromatici, e in un libro del 2010 intitolato “La Storia sullo schermo, il Novecento” (a cura di P. Iaccio) sarà lo stesso Rosi a dire di aver “descritto la guerra in modo quasi biologico per farne risaltare meglio l’orrore e l’assurdità.“.

In tale organica visione del Male bellico, dunque, il volto del nemico assume le sembianze degli ufficiali di rango del Regio Esercito, in particolare del generale Leone (interpretato da Alain Cuny) e del maggiore Malchiodi (Franco Graziosi), accecati dalla brama di gloria e più attenti alle medaglie che alle sorti degli uomini sotto il loro comando.

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Il generale Leone (Alain Cuny) alla testa della sua colonna in rotta

Sarà proprio il conflitto fra la “testa” e il “cuore” dei militari, perciò, a lasciare che il film proceda lungo tre fratture narrative differenti: la prima contrappone l’ossessivo culto della disciplina (sostenuto dai vertici dell’Alto Comando) allo spirito cameratesco e all’umanità dei soldati che, stremati, vogliono solo tornare a casa.
Gli orrori del fronte, per il sottotenente Sassu (protagonista della storia e alter-ego di Emilio Lussu anche nel romanzo), riecheggiano nelle urla dei disertori e nelle fucilazioni di massa imposte dall’arbitrarietà della corte marziale.

La seconda frattura evidenziata all’interno del film è di matrice politica, quella che, secondo le parole del tenente Ottolenghi (interpretato da un eccelso Gian Maria Volontè) alimenta una “guerra di morti di fame, contro morti di fame“. Il perché di tali affermazioni risiede nelle convinzioni politiche di Ottolenghi, fervente socialista, che per obbligo di leva è comunque costretto a combattere per i profitti di quanti, in patria, si arricchiscono a spese dei soldati (fornendo loro scarpe di scarsa qualità e spingendoli a sottostare ad ordini privi di logica).

La terza frattura, infine, è di carattere etico: Sassu, prima di imbarcarsi nell’avventura bellica, era uno studente universitario rappresentante dell’ala interventista.
Credeva nella giustizia della guerra, proprio come i suoi superiori, ma le esperienze al fronte riusciranno a cambiarlo. La sua giovane vita, infatti, avrà un epilogo tragico.
Pur compiendo un’ultima azione di palese eroismo e salvando la vita di molti dei suoi commilitoni, infatti, Sassu verrà giustiziato dalla corte marziale per l’omicidio del maggiore Malchiodi (linciato dalle sue stesse truppe per l’ennesimo ordine di fucilazione sommaria).

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Il sottotenente Sassu (Mark Frechette) viene condotto al palo per la fucilazione

Ad ogni modo, durante i tumultuosi anni ’70 (e in contemporanea al famigerato “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri), la Censura italiana non aveva risparmiato neppure Francesco Rosi.

Uomini contro” era costato al regista partenopeo una denuncia per vilipendio dell’esercito. In una sua dichiarazione personale, citata in “Il cinema italiano d’oggi, 1970-1984” di Faldini e Fofi (1984), Rosi sostenne che “Il film [dopo la denuncia, nda] venne boicottato, per ammissione esplicita di chi lo fece: fu tolto dai cinema in cui passava con la scusa che arrivavano telefonate minatorie. Ebbe l’onore di essere oggetto dei comizi del generale De Lorenzo [ideatore del Piano Solo, nda], abbondantemente riprodotti attraverso la televisione italiana, che a quell’epoca non si fece certo scrupolo di fare pubblicità a un film in questo modo.

A tal proposito è impossibile non accostare l’opera di Rosi a quella che Stanley Kubrick diresse nel lontano 1957. Parliamo ovviamente di “Orizzonti di gloria“.

Nel film del regista britannico – il cui cast contava su attori del calibro di Kirk Douglas e Richard Anderson – il setting era pressoché il medesimo (la Grande Guerra, seppur ambientata in un differente scenario e fra contendenti diversi, i francesi e i tedeschi); il soggetto era anch’esso di genesi letteraria (il romanzo omonimo di Humphrey Cobb) e le vicissitudini – decimazioni, ambizioni personali consumate a spese dei soldati semplici, vigliaccheria – molto simili a quelle della pellicola di Rosi. Ultimo punto in comune, forse il più importante, riguarda le disavventure con la Censura. Per evidenti somiglianze con il tristemente notorio Caso Dreyfuss, infatti, Orizzonti di gloria” incontrò notevoli resistenze in Francia e venne distribuito solo a metà degli anni ’70. In Spagna, addirittura, sarà proiettato per la prima volta soltanto nel 1986.

Antonio Amodio

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Il maggiore Saint-Auban (Richard Anderson), il colonnello Dax (Kirk Douglas) e il generale Mireau (George Macready) in una scena di “Orizzonti di Gloria” (1957)