“A casa mia”: Mario Piredda apre la sezione “short movies” del Foggia Film Festival

Ieri sera, alle ore 22:25 presso l’Auditorium S. Chiara di Foggia, nel cuore del centro storico cittadino, il cortometraggio di Mario Piredda intitolato “A casa mia” (vincitore del David di Donatello 2017 per la rispettiva categoria) ha inaugurato la rassegna short movies della kermesse pugliese, manifestazione che la redazione di AVANT-GARDE Italienne seguirà fino al 25 novembre per poi stilare una propria lista dei lavori più interessanti di questa settima edizione del Festival.

Dopo una frizzante cerimonia d’apertura, accompagnata dal lungometraggio “L’esodo” (diretto da Ciro Formisano e interpretato da Daniela Poggi), la prima terzina di corti è stata proiettata alle 22:25, introdotta dal già menzionato “A casa mia“.

Incipit
L’impressionante incipit del film: sulla riva del mare, il pescatore Peppino (Giulio Pau) osserva la carcassa di una balena spiaggiata

Il lavoro di Piredda, girato quasi interamente in lingua sarda e in diverse località nel Nord dell’isola, è stato sin da subito capace di coniugare un potente lirismo a un accorto labor limae: assieme ai campi lunghi del mare in tempesta e delle spiagge semideserte, colmi della desolazione di un cupo inverno, fanno infatti pendant i primi piani dei due anziani protagonisti Peppino e Lucia, rispettivamente interpretati da Giulio Pau e Giusi Merli (già nota al pubblico per il suo ruolo della “Santa” ne La grande bellezza di Paolo Sorrentino).

In poco meno di venti minuti, attraverso le paradigmatiche vicende di Peppino e Lucia, il corto del regista di Badesi riesce a costruire una sineddoche coerente, drammatica e toccante dell’intera situazione sarda, sfiorando diversi temi che corrono dalla perdita dell’identità locale e della memoria storica fino al tragico divario che, soprattutto sull’isola, separa le nuove generazioni da quelle precedenti.

Campo lungo
Un altro dei campi lunghi del film: Lucia (Giusi Merli) osserva il mare in tempesta

Custodi non solo della limba sarda, ma anche di una diversa e più delicata concezione dell’amore, Peppino e Lucia vivono le vicende del film sperando che l’inverno non passi mai; la vana speranza di poter lottare contro lo stesso scorrere del tempo, in una terra già antichissima di suo, è motivata dall’imminente sfratto di Lucia – costretta dalla figlia a trasferirsi altrove, così da poter affittare la casa dell’anziana madre e sopravvivere ai problemi economici del marito disoccupato. Ma Lucia non ne ha alcuna intenzione e potendo resterebbe lì per sempre, perché quella è sa domo sua – la sua casa.

Trattando ora del dramma, il divario concettuale fra le due coppie di personaggi – Peppino e Lucia da una parte, la figlia di lei e il genero dall’altra – è immenso.

I primi, che appaiono quasi eroici di fronte a una “sfida” che non possono in alcun modo vincere, risultano comunque animati da una caparbietà straordinaria e da un sentimento che pare spingersi ben oltre il semplice affetto: è qualcosa di radicato, ancestrale, e che forse è addirittura simboleggiato dalla figura di Peppino, non un semplice amante dunque, ma un’idea, l’idea stessa dell’appartenenza ad un territorio, la Sardegna, che moltissimi nativi dell’isola si sono dovuti lasciare alle spalle per seguire i propri cari in Continente o per mancanza di opportunità lavorative e servizi.

Giulio Pau
Un primo piano di Peppino (Giulio Pau)

Da questo punto di vista, titanici come non mai, Peppino e Lucia appaiono in simbiosi con la terra in cui vivono, una simbiosi tanto poetica quanto dolorosa; lo stesso invece non si può dire degli altri due personaggi, la figlia e il genero di Lucia, che molto spesso appaiono di fretta, quasi “inseguiti” a loro volta da qualcosa di terribile – lo “spettro” della povertà. La coppia però, che a un primo sguardo sembra scegliere in modo cinico di sfrattare Lucia, è in realtà priva di alternative: può soltanto optare per il male minore, cioè sacrificare il “passato” per fornire un domani semi-stabile alle future generazioni, che nel cortometraggio sono rappresentate dal nipote dell’anziana donna (interpretato dal piccolo Edoardo Atzori) e da due ragazzini all’inizio del film.

Giusi merli
Un primo piano di Lucia (Giusi Merli)

Le “nuove leve”, i bambini, sono in ultimo il dettaglio forse più interessante della sapiente costruzione drammatica di Piredda: non a caso, infatti, sono gli unici personaggi a non chistionare (parlare) in sardo. Tale sottigliezza è probabilmente l’elemento fondamentale per decifrare quell’affascinante opera che è “A casa mia“, dove l’eredità di un’isola ricchissima di storia e carattere – che dalla Gallura al Sulcis vive e parla ancora grazie alle esistenze dei suoi numerosi centenari – corre il concreto rischio di essere dimenticata per far largo ad un indefinito “futuro”, accolto più con rassegnazione che speranza.

Antonio Amodio