Lavoro, etica e dignità: “Al giorno d’oggi il lavoro te lo devi inventare” di Mario Vitale

Ieri alle ore 18:30 il Foggia Film Festival e la sua rassegna “short movies” sono entrati nel vivo grazie al cortometraggio “Al giorno d’oggi il lavoro te lo devi inventare“, gioiello di 16 minuti che porta la firma del regista lametino Mario Vitale. Dopo aver ottenuto importanti riconoscimenti all’estero – fra i quali un piazzamento in semifinale al Los Angeles CineFest 2016 – il lavoro di Vitale è approdato al FFF, alla cui proiezione ha assistito anche una piccola rappresentanza della Fondazione Buon Samaritano, associazione anti-usura attiva nel foggiano dal 1995 e accompagnata dal suo presidente Pippo Cavaliere.

Nel medioevo” ha affermato Cavaliere nella breve conversazione seguita al film “Il prestito a usura era considerato non solo un furto di denaro, ma un furto del tempo; spesso, perciò, le vittime di usura sono costrette a vivere in una sorta di dimensione parallela, si sentono alienate e fuori dal loro tempo.

Niente di più vero, dunque, soprattutto perché il nucleo centrale nel cortometraggio di Vitale è proprio la dignità umana, quella stessa dignità che spesso, grazie al lavoro, raggiunge l’acme della propria espressione e nobiltà.

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Un primo piano di Umberto, l’usuraio interpretato da Fabrizio Ferracane

I protagonisti del film sono due uomini, Giovanni (Francesco Aiello) e Umberto (Fabrizio Ferracane); i due hanno in comune le medesime capacità di adattamento alla vita, ma al contempo sono spinti da etiche profondamente diverse: il primo – onesto e figlio di falegname – ha sempre cercato di non ripercorrere le opere del padre ma è comunque finito a lavorare il legno; il secondo, dopo aver ereditato un’agenzia creditizia, è riuscito a farla crescere grazie al business dell’usura, quest’ultima un’attività da “colletto bianco” che in Vitale conserva davvero poco dei tradizionali “echi” che l’immaginario crime “alla Gomorra” ha finora adottato.

Oltre all’abilità nel re-inventarsi vita e lavoro, tuttavia, a un livello concettualmente meno visibile i due personaggi sembrano condividere anche il medesimo stigma sociale. Seppure in modi diversi, infatti, la mentalità occidentale ha sempre visto le professioni dei due in negativo, che si tratti dei cosiddetti “cravattari” o dei becchini (Sì, Giovanni lavora il legno, ma per costruire bare).

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Giovanni (Francesco Aiello) nella sua bottega da falegname

Le differenze fra i due principali attori del dramma, ad ogni modo, sono piuttosto importanti: in primo luogo, dai suoi clienti Giovanni è considerato un artista, non un approfittatore; a tal proposito l’utilizzo di una fotografia più luminosa e a tinte più calde (opera di Davide Manca) contribuisce in modo notevole a costruirgli intorno un’aura di positività ed energia decisamente sconosciuta alla sua controparte, Umberto.

Umberto – interpretato da un ottimo Fabrizio Ferracane (già noto per il ruolo di Luciano in “Anime nere” di Francesco Munzi) – è invece un personaggio amorale, che si muove lentamente, spesso di notte o al mattino presto. I suoi dialoghi sono improntati alla rapacità e alla violenza, è un antagonista tormentato dal ricordo del padre (forse a sua volta vittima di usura in passato) e il cui scheletro drammaturgico è costruito partendo da gesti ambigui e autoindulgenti (“Io presto piacere e poi me lo riprendo” dirà in una scena).

L’etica di Umberto, inoltre, è tanto malata da sfociare nella violenza di genere. Come si può notare dal suo taccuino all’inizio del film, infatti, i nomi di donna sono i soli ad essere contrassegnati da piccoli “cuoricini”: l’usura, dunque, non ha per lui solo un movente economico ma anche sessuale. Umberto ha sete di potere sulle altre persone, non di soldi, e per questo le costringe a vivere in una sorta di dimensione parallela (citando le parole di Cavaliere), privandole anche di tempo e dignità.

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Da sinistra a destra: Sara Andreoli (Adele), Fabrizio Ferracane (Umberto) e il regista Mario Vitale sul set del cortometraggio

Per quanto la risoluzione finale sia forse un po’ troppo rapida, “Al giorno d’oggi il lavoro te lo devi inventare” è un prodotto solido, ben strutturato e soprattutto ben recitato. Le musiche e alcuni movimenti di macchina, infine, quasi richiamano il N.W. Refn più recente (specialmente nell’incontro fra i personaggi di Umberto e Adele), regalando ai momenti di maggior pathos un’atmosfera lievemente dark che non si può non apprezzare.

Antonio Amodio