La violenza del riscatto: Leonardo Dooderman e “La fiorista”

Ieri sera, alle ore 21:45, il penultimo trio di corti in lizza per la rassegna “short movies” del Foggia Film Festival non ha mancato di impressionare le platee. Dopo la discreta commedia nera “La notte del professore” e il sorprendente “Sulle orme del passato” (rispettivamente diretti da Giovanni Battista Origo e Sara Ventrella), l’attenzione della sala è stata però catturata dallo sconvolgente “La fiorista“, opera del creativo e illustratore pescarese Leonardo Dooderman.
Il cortometraggio di Dooderman – a più riprese accompagnato da alcuni brusii contrariati in sala – è uno di quegli eventi per cui questa rivista è nata: un esperimento tutto italiano che è pura avanguardia: scomodo, essenziale e diretto.

Girato a Pescara, solo tramite un cellulare con videocamera (“economico“, stando a una dichiarazione dello stesso cineasta), il film narra la storia di una donna senza nome, immersa in una vita degradata e “tenuta insieme” – lo si evince dai continui richiami alla fede nuziale – da un trascorso matrimonio fallito e da una gravidanza indesiderata.

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La protagonista Eugenia Nobilio

L’esistenza della protagonista è un’esperienza borderline fatta di sesso occasionale e anonimo, solitudine e sostanze psicotrope. Dai sex toys alla televisione, ogni oggetto che circonda il personaggio è sfruttato intensamente per ottenere una narcosi quasi totale.

La violenza che il corpo della donna subisce, inoltre, ha matrici differenti ma egualmente dannose: da una parte, infatti, i rapporti sessuali occasionali sembrano consumarsi all’insegna della brutalità, privi di ogni indizio d’affetto; quelli autoerotici, invece, appaiono allo stesso modo grotteschi e vuoti.

A tal proposito, è stato interessante ascoltare il resoconto dell’attrice Eugenia Nobilio, che per immergersi nel personaggio è dovuta scendere a patti tanto con la propria identità quanto con la rigidità richiesta per una simile performance. Priva di filtri e inibizioni, la sua interpretazione risulta intensa e perfettamente in linea con diversi precedenti illustri – dai tour de force sadiani del “Salò” di Pier Paolo Pasolini al notturno “Enter the void” dell’argentino Gaspar Noé.

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Il regista Leonardo Dooderman

Per quel che concerne i dialoghi del film, questi ultimi – ridotti all’osso – cedono il posto a un flusso di immagini visceralmente crude, accompagnate da un susseguirsi incessante di scene fuori fuoco, il più delle volte sotto-esposte e girate soltanto in presenza di luce naturale; a rendere coerenti i frammenti di vita della donna protagonista, ad ogni modo, contribuisce un violento montaggio che fa pendant con la cattiveria subita e auto-inflitta al personaggio. Alla luce di ciò, l’intero lavoro del film-maker pescarese assume quasi i connotati di uno schiaffo allo spettatore, uno schiaffo che però possiede un suo perché.

Come lo stesso Dooderman ha affermato prima della proiezione, il corto è stato ideato per narrare una storia di rigenerazione, una riscossa che dagli strati più bassi della moralità e dell’amor proprio risale la china fino a una riconquista dell’identità e della positività. “Le cose belle della vita non si ottengono senza provare sofferenza” ha spiegato il regista, indirettamente chiarendo anche il delittuoso finale de “La fiorista“.

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Eugenia Nobilio in una scena del cortometraggio

E’ solo attraverso l’omicidio del coniuge che l’ha abbandonata, infatti, che la protagonista senza nome ottiene la propria catarsi, tornando capace sia di dedicarsi alla figlia (non riconosciuta dal padre) che al suo lavoro di fioraia – le uniche fonti di gioia e sana soddisfazione su cui sembra poter contare.

In conclusione, “La fiorista” di Leonardo Dooderman è un prodotto controverso che sicuramente non otterrà il favore di spettatori impressionabili o abituati al cinema “ortodosso”, ma i richiami lynchiani e la sconvolgente interpretazione della Nobilio già da soli rappresentano uno stimolo più che sufficiente a dare una chance a quest’intuizione cinematografica così audace e sincera.

Antonio Amodio